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Cisgiordania – Situazione disperata nei campi profughi

Roberto Roggero – Truppe di Sicurezza, coloni scortati da reparti della Israel Defence Force (…e ci vuole davvero coraggio e faccia tosta a chiamarla “Forza di Difesa”…), polizia, costrizione, soprusi senza fine, violazione del territorio protetto alla Moschea di Al Aqsa, uccisioni, arresti e detenzioni arbitrarie, e si potrebbe andare ancora avanti, perché la lista è davvero molto lunga.

Oltre alla costante imposizione dell’occupazione militare, e di tutto ciò che comporta, da giorni gli aerei israeliani stanno bombardando la Striscia di Gaza, causando morti e feriti fra la popolazione civile, con il pretesto di prevenire iniziative del movimento Hamas e della Jihad. Nel frattempo, i palestinesi costretti a sopravvivere nei campi profughi della Cisgiordania, versano in condizioni di emergenza, mentre la comunità internazionale fa finta di nulla e vuole occuparsi solo della guerra in Ucraina, come se non esistesse altra situazione di crisi.

Negli insediamenti palestinesi manca energia elettrica, acqua potabile, servizi essenziali come la raccolta rifiuti, e montagne di spazzatura che, con altri bisogni fondamentali negati, rendono estremamente precario il vivere quotidiano. Ed è così da troppi anni.

Uno stato di perenne insicurezza nei campi profughi palestinesi dettato dalle frequenti incursioni della polizia israeliana con arresti e scontri. Negli ultimi mesi la tensione è aumentata al punto che, per motivi ufficiali di sicurezza, le autorità israeliane hanno disposto che l’area attorno alla Moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, venisse interdetta ai non musulmani prima, durante e dopo la festività di Id al Adha, il Sacrificio islamico, che si è svolta sabato 9 luglio.

Alla vigilia di quella festività la polizia e l’esercito israeliano erano in stato di massima allerta. Due giovani palestinesi sono stati arrestati proprio nei pressi della moschea di Al Aqsa. Mentre nei campi profughi della Cisgiordania, a pochi chilometri dalla Città Santa, si deve fare i conti con la mancanza dei beni di prima necessità per poter vivere.

Sono in totale 19 i campi profughi in Cisgiordania, dove la popolazione che non ha nulla cerca di organizzare l’esistenza giorno per giorno. In molti ci sono anche scuole maschili e femminili, come a Hebron e Arrboub. Luoghi da dove alcuni giovani riescono anche a spostarsi per lavorare, naturalmente dopo avere ottenuto rigorosi permessi di uscita e obbligo di rientro. Alcuni sono riusciti a ottenere la licenza per lavorare come taxisti, e si possono ritenere fra i più fortunati, grazie all’autorizzazione delle autorità di occupazione. Tutti i giorni percorrono la strada che costeggia il muro di separazione, sorvegliato da soldati e sormontato da barriere di filo spinato, visione che genera sensazioni di profondo dolore per le famiglie costrette a vivere nei campi sotto sorveglianza armata.

Anche a Gerusalemme si trova un campo profughi, nel quartiere di Shu’fat istituito dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso ai rifugiati palestinesi (UNRWA) nel 1965 per fornire alloggi migliori alle circa 500 famiglie di rifugiati che vivono nel campo di Mu’askar nella Città Vecchia. Con il trascorrere degli anni si è trasformato in un ingorgo caotico di abitazioni posticce, sovraffollamento, assenza di reti fognarie adeguate e altre tristi caratteristiche, fra montagne di rifiuti ai lati della strada con i bambini che ci giocano in mezzo.

Quando Israele cominciò la costruzione del muro di separazione con la Cisgiordania a Gerusalemme est, l’ha realizzata in modo che il campo di Shu’fat e le aree circostanti finissero sul lato della Cisgiordania, tagliando fuori i residenti di Shu’fat da Gerusalemme Est. Oggi i residenti se devono accedere a Gerusalemme devono passare attraverso un posto di blocco rigidamente sorvegliato.

Lungo la strada che porta a Ramallah, di fatto capitale della Palestina, c’è il campo profughi di Kalandia. Lo si incontra dopo avere costeggiato la barriera per 5 km circa. A Kalandia sono tantissimi i giovani che si incontrano per strada. Bambini che giocano con le mitragliette giocattolo capaci di simulare, in maniera terribile, quello che vedono nella realtà con i loro occhi. Il campo di Kalandia è ai margini della civiltà e i controlli serrati impediscono ogni accesso. Le forze israeliane fanno spesso irruzione nelle case palestinesi, quasi quotidianamente, in tutta la Cisgiordania, con il pretesto di cercare i ricercati, innescando scontri con i residenti. Questi raid, che si svolgono anche in aree sotto il pieno controllo dell’autorità Palestinese, sono condotti senza bisogno di alcun mandato di perquisizione. L’esercito, in tali situazioni, gode di poteri arbitrari, perché secondo le leggi di occupazione, i comandanti dell’esercito hanno piena autorità esecutiva, legislativa e giudiziaria su oltre 3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania.

Vengono compiute irruzioni, perquisizioni, arresti. Secondo gli ultimi dati di Addameer, associazione palestinese per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani, ci sono attualmente 4.450 prigionieri politici nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani, e non pochi sono ancora minorenni.

Questo numero include circa 530 palestinesi in detenzione amministrativa, senza accusa o processo per intervalli rinnovabili compresi da tre a sei mesi, sulla base di prove non divulgate, da cui anche l’avvocato di un detenuto è tenuto all’oscuro.

Il clima di tensione di queste ultime settimane è aumentato dopo la morte della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa nel campo di Jenin. Per lei è stato realizzato, nei giorni scorsi, un murales lungo il muro di separazione nella città di Betlemme che inneggia alla richiesta di verità.

La polizia israeliana indaga a fondo sui palestinesi sospetti e non tralascia alcun particolare, anche quello che potrebbe apparire più insignificante. Anche i turisti sono sottoposti a veri e propri interrogatori all’aeroporto di Ben Gurion se gli incaricati della sicurezza scoprono che il viaggiatore si è recato nei territori palestinesi. Le domande sono insistenti e gli agenti vogliono sapere se lo straniero conosce qualcuno in Palestina, e che genere di rapporti mantiene con quelle persone.

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