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Tunisia - "Faragh", quando il silenzio è protgonista

  • 13 lug 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 14 lug 2025

Habib Bensalah - Con la sceneggiatura e produzione di Imen Swilmi, la regia di Fadwa Mansouri, e Kawther El Haj come protagonista, il silenzio prende il suo spazio.

C'è un momento, subito dopo il caffè del mattino, in cui il rumore si dissolve, la casa si svuota e ogni persona torna ai propri impegni. È allora che il silenzio esce allo scoperto, si siede fra le pareti e si fa sentire in tutta la sua gravità. È proprio in questo istante sospeso che ci conduce “Faragh”, film tunisino intenso e intimo, capace di scandagliare gli strati profondi del non detto e del sentito.

“Faragh" , che in arabo significa appunto "vuoto" - non è semplicemente una storia, ma un'esplorazione poetica del silenzio interiore. Il film affronta quella dimensione invisibile, quasi tabù, in cui la solitudine domestica si trasforma in esperienza esistenziale. Il vuoto qui non è solo uno spazio fisico, ma uno stato dell’anima.

Kawther El Haj, in una delle sue interpretazioni più potenti, dà corpo a una donna sola con una sensibilità che tocca le corde più sottili dell’emozione umana.

Il suo volto attraversa tutte le sfumature del silenzio: dallo smarrimento allo sfinimento, dall’apatia alla lucidità dolorosa. Il suo è un lavoro attoriale di straordinaria intensità, in equilibrio perfetto tra fragilità e forza. Con pochi gesti e sguardi, riesce a raccontare più di mille parole.

La sceneggiatura di Imen Swilmi, che firma anche la produzione, è di rara finezza. Ogni dettaglio è intriso di esperienza femminile autentica, e conoscenza acuta della psicologia quotidiana. I dialoghi sono scarni, essenziali, ma penetranti: pongono domande senza risposte e lasciano che il silenzio completi il pensiero.

La regia di Fadwa Mansouri sublima questa atmosfera con un tocco visivo straordinariamente sensibile. Il vuoto, sotto la sua direzione, diventa un personaggio a sé. Attraverso un sapiente uso della luce, dei chiaroscuri, dei tempi lunghi e dei silenzi, costruisce un quadro visivo denso, che si avvicina più alla pittura che al cinema convenzionale.

“Faragh" non è un film da guardare, ma da ascoltare con il cuore.  Un’opera che non offre facili risposte, ma ci costringe a fermarci e a guardarci dentro. Ci chiede: cosa rimane di noi quando tutto il resto si ferma? Come conviviamo con quella voce interiore che di solito ignoriamo? Non è cinema per distrarsi, ma per riflettere. Non consola, ma risveglia. È uno specchio che non lusinga, ma rivela. Un film che resta dentro, come una domanda sussurrata nell’intimità del proprio silenzio.

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