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Afghanistan: Baradar artefice della diplomazia talebana. Confusione nell’opinione pubblica italiana



ANN - Talal Khrais, Letizia Leonardi - Triste, molto triste seguire la stampa italiana che si occupa di politica estera, una superficialità mai vista nei media che, nell’opinione pubblica, crea disorientamento. I giornalisti italiani parlano di tutto e spesso senza neppure essere sul posto. Quasi tutti ripetono la stessa cosa. Corrispondenti dal Cairo parlano dell’Iran; quelli a Gerusalemme parlano del Libano. In questo momento inviati da Istanbul seguono l’Afghanistan e, in questi giorni, tutto si è limitato al fatto che migliaia di persone sono alla frenetica ricerca di un volo per lasciare il Paese, nel disperato tentativo di salire su un aereo per lasciare Kabul.

Tutti i media si sono concentrati sulla situazione “esplosiva” descritta dai corrispondenti negli Stati Uniti alla quale sta mettendo mano Washington con l’invio di almeno 6 mila soldati. Nessuno nega che esistano scioccanti immagini di genitori che, attraverso il muro di cinta, hanno consegnato i propri piccoli ai militari americani per portarli in salvo fuori da Kabul. Cosa ci si aspetta dopo un cambiamento radicale in un Paese dove ci sono stati violenti scontri? Sicuramente non ci sarà gente in festa.

Occorre però capire meglio gli scenari e analizzare i fatti. Cominciamo col dire che si parla di un’area estremamente importante per la stabilità, non solo in questa parte dell’Asia, ma di tutto il Mondo.

Guardando al di là della cronaca abbiamo contattato colleghi sul campo, seguendo la Stampa Araba con suoi corrispondenti in loco.

Cominciamo dai fatti più recenti: l’arrivo a Kabul di un personaggio chiave dello scenario afghano, e direi internazionale, Abdul Ghani Baradar. Quello di Abdul Ghani Baradar è forse il volto più conosciuto tra i talebani, l’uomo della vecchia guardia, molto vicino allo storico leader mullah Omar. Dall'inizio del 2019 è a capo dell'Ufficio politico del movimento nella capitale del Qatar, Doha, dove da più di cinque anni, si sono svolti incontri bilaterali e multilaterali con leader da tutto il Mondo con il Movimento Islamico.

Il mullah Abdul Ghani Baradar, tra i favoriti alla guida del Paese, ha raggiunto due giorni fa la capitale afghana per incontrare i leader del Movimento e vari esponenti politici per formare il nuovo governo inclusivo. Fu lui, nel febbraio 2020, a firmare a Doha l'accordo per il ritiro delle truppe Usa in cambio dello stop alle azioni ostili. Molto probabilmente sarà Baradar a diventare il presidente del prossimo governo controllato dai talebani.

Ma vediamo chi è Abdul Ghani Baradar. Nato nel 1968 nella provincia di Uruzgan, già da giovanissimo, negli anni’80, era i mujaheddin afghani per combattere contro i sovietici. I russi vennero cacciati definitivamente nel 1992.



Secondo la Stampa Araba (ci sono ben 25 colleghi in campo), il Movimento sta cercando di rassicurare il Mondo sulle intenzioni del futuro governo. “Vogliamo assicurarci che l’Afghanistan non sia più un campo di battaglia”, e ancora: “Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. La guerra è finita. Non vogliamo nemici esterni o interni”. Queste sono le frasi tranquillizzanti pronunciate dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella prima conferenza stampa dai palazzi del potere a Kabul e annuncia la volontà di rispettare i diritti delle donne, all’interno della legge islamica, la Sharia.

I talebani hanno anche promesso un’amnistia generale per i funzionari statali, per tutti quelli che hanno collaborato con gli americani e persino per i soldati che hanno combattuto contro di loro. Zabihullah Mujiahid usa toni moderati e spiega che il Movimento è determinato a fare in modo che nessuno usi mai più il Paese per esportare oppio o per organizzare attacchi terroristici. Ma per farlo, aggiunge, avrà bisogno del sostegno internazionale per promuovere un’alternativa alla coltivazione del papavero”: un modo per accreditarsi presso la comunità internazionale ancora stordita dalla disfatta afghana.

In campo per la formazione del governo c’è il leader del Movimento Amir Khan Muttaqi che sta negoziando con altri esponenti politici tra cui l'ex capo del Consiglio per la Riconciliazione Nazionale Abdullah Abdullah e l'ex presidente Hamid Karzai.

Secondo i giornalisti presenti sul posto lo scenario attuale è il frutto di un lungo negoziato con gli Stati più importanti per legittimare il nuovo potere dei talebani. Secondo l’illustre collega, l’analista Hakam Amhaz, esperto della questione Afghana, occorre non ripetere gli errori fatti. Negli anni passati, che hanno preceduto la schiacciante vittoria a Kabul, hanno cercato alleati e rassicurato gli avversari del passato, inviando delegazioni di alto livello in Russia, Cina e Iran nella speranza di ottenere legittimità. L'anno scorso il leader Baradar ha avuto numerosi incontri con l'allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo per discutere un accordo di pace tra i talebani e il governo afghano. Nonostante Baradar vedesse Washington come un nemico ha ottenuto un palcoscenico mondiale per rafforzare la posizione del Movimento. Diversi sono stati anche gli incontri con i cinesi, l’ultimo il 28 luglio in Cina, a Tianjin, tra il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e Abdul Ghani Baradar.

Secondo il giornalista Hakam Amhaz: “La Cina è disposta a comunicare e dialogare con gli Usa per promuovere una transizione graduale in Afghanistan, scongiurare una nuova guerra civile o una catastrofe umanitaria ed evitare che il Paese diventi un rifugio sicuro per il terrorismo. Pechino avrebbe già promesso grandi investimenti in progetti energetici e infrastrutturali, inclusa la costruzione di una nuova rete stradale in Afghanistan. La Russia, la Cina e l'Iran negli ultimi anni si sono molto interessate all'Afghanistan”.

I più importanti Paesi del Mondo manifestano un grande interesse nell’inserirsi nel contesto Afghano perché stiamo parlando di un’area strategica e di estrema importanza a livello commerciale. Si parla dell’Afghanistan come l’unico male di questa parte del Mondo e sembra che altri Paesi, come il Pakistan, siano un paradiso riguardo i diritti umani. In realtà non è così e occorre anche dire che il rispetto dei diritti umani va perseguito prima all’interno delle famiglie e poi a livello istituzionale. Spesso non sono i governi a imporre certe regole restrittive, ad esempio, riguardo i diritti delle donne ma la mentalità dello stesso nucleo familiare.



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