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Gaza – Campagna internazionale per revocare blocco israeliano

Assadakah Roma News - Il 2022 segna il 15° anno del blocco totale della Striscia di Gaza da parte di Israele, dove 2,3 milioni di palestinesi vivono nella prigione a cielo aperto più grande del mondo, privati dei diritti umani fondamentali. Il blocco, applicato intenzionalmente e in maniera sistematica, è parte integrante della politica di Apartheid che frammenta la Palestina storica dominando il suo popolo. Un blocco che nega il passaggio di persone e merci dentro e fuori Gaza, rendendola totalmente isolata e invisibile dal resto del mondo, che viene a conoscenza della sua esistenza solo quando è sotto pesanti attacchi militari – come è accaduto per ben 4 volte negli ultimi 15 anni.

Il blocco è una violenza quotidiana e continua che ha un impatto su ogni aspetto della vita palestinese. Sebbene gli abitanti di Gaza siano noti per la loro straordinaria capacità di recupero, 15 anni di blocco disumano sono troppi anche per loro. Per questo è necessaria un’azione urgente e perciò è partita la Campagna “Stop al Blocco”, lanciata dal Coordinamento Europeo dei Comitati e delle Associazioni per la Palestina (ECCP) lo scorso 30 marzo, in coincidenza con la Giornata della Terra e con l’anniversario della Grande Marcia del Ritorno intrapresa proprio a Gaza nel 2018.

Scopo di questa Campagna è quello di evidenziare l’urgenza di una soluzione politica al conflitto, pretendere la revoca immediata e incondizionata del blocco di Gaza e sostenere l’unità palestinese. L'apartheid e l'aggravarsi della crisi di Gaza: un disastro umanitario, economico e ambientale. Lo stato di Israele impone un controllo e un dominio sistematici sul popolo palestinese in tutta la Palestina storica, una politica che è sempre più riconosciuta come un'apartheid inserita in un sistema legale discriminatorio.

La Striscia di Gaza, un'enclave di 365 chilometri quadrati, è sotto l'occupazione israeliana dal 1967 e sotto uno stretto blocco da parte di Israele dal 2007 via terra, aria e mare. Mantenendo il controllo totale sulla terra e su tutti gli aspetti della vita palestinese a Gaza, Israele esercita lì la sua forma più estrema di apartheid e persecuzione. In questa zona densamente popolata 2,3 milioni di persone sono state tenute prigioniere e private dei diritti umani fondamentali per 15 anni.

Questo blocco ha un impatto su tutti gli aspetti della vita quotidiana della popolazione e consolida la frammentazione territoriale e politica della Palestina, minando la vita dignitosa e l'autodeterminazione delle persone. Le severe e continue restrizioni alla libertà di circolazione di persone e merci, la perdita di terreni agricoli e zone di pesca da parte di una "Area di accesso limitato" arbitrariamente dichiarata hanno colpito drammaticamente le attività economiche e gettato l'economia di Gaza in un forte declino. La maggior parte delle persone a Gaza ha perso il proprio sostentamento. Agricoltori e pescatori vengono regolarmente colpiti mentre cercano di accedere alla loro terra e al loro mare.

Le periodiche offensive militari da parte di Israele sono state un fattore costante nel corso degli anni. I quattro grandi attacchi (2008-2009, 2012, 2014 e 2021) insieme agli assalti militari alla Grande Marcia del Ritorno (da marzo 2018 a fine 2019), hanno causato una sconcertante perdita umana e materiale (allegato). I diritti umani più elementari, come il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, sono stati negati alla popolazione di Gaza. Oltre al bilancio umano, la distruzione dei mezzi di sussistenza e delle infrastrutture civili - come centrali elettriche, impianti idrici e sanitari, case e attività commerciali - colpisce ogni aspetto della vita quotidiana dell'intera popolazione, portando al collasso dei servizi essenziali. L'impatto combinato di un periodo di blocco senza precedenti, aggravato da offensive militari cicliche, sugli aspetti economici, sociali e ambientali della vita, è stato catastrofico portando a un radicale de-sviluppo. La restrizione sui materiali da costruzione ha reso impossibili gli sforzi di ricostruzione. Questo disastro causato dall'uomo è stato documentato in numerosi rapporti dell'ONU e di varie ONG. Già nel 2015 le Nazioni Unite avvertivano che Gaza sarebbe stata inabitabile entro il 2020.

Le norme internazionali sui diritti umani vietano l'uso della forza letale tranne in situazioni in cui è necessario prevenire un'imminente minaccia di morte o lesioni gravi 13. Attacchi aerei indiscriminati contro aree residenziali, attacchi intenzionali a civili e infrastrutture civili, a manifestanti disarmati (compresi i disabili), a medici e giornalisti al lavoro, chiaramente contrassegnati come tali, non possono essere giustificati come "autodifesa".

Non c'è giustificazione per questi crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi da Israele contro i palestinesi. Tutti questi sono evidenti violazioni del diritto internazionale. Tuttavia l'impunità totale è goduta dal governo di Israele e dai diretti responsabili della perpetrazione di questi crimini. La mancanza di responsabilità è il fattore principale che perpetua questo disastro causato dall'uomo. Dopo 15 anni lo status quo dell'ingiustizia e del blocco non può continuare. La retorica israeliana di incolpare convenientemente "i terroristi" non cancella le accuse di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

L'intollerabile sofferenza inflitta ai palestinesi tenuti prigionieri a Gaza ha raggiunto il suo punto di rottura. L'urgenza è fondamentale e non giustifica ulteriori ritardi nell'adozione di decisioni politiche per revocare il blocco

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