Tunisia - La prima cattedra al mondo di lingua siciliana
- 13 set 2025
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Chiara Chimienti (Assadakah News) - Forse ancora pochi di noi sanno che all’Université de la Manouba di Tunisi esiste una cattedra dedicata esclusivamente all’insegnamento della lingua siciliana. Si tratta della “Cattedra Sicilia per il dialogo di culture e civiltà Vincenzo Consolo”, scrittore messinese. A volerla è stato Alfonso Campisi, originario di Trapani e docente di Filologia Italiana e Romanza, riconosciuto per il suo lavoro di ricerca su questioni migratorie, presidente del Consiglio Scientifico dell’Accademia della Lingua Siciliana e di AISLLI-UNESCO per il continente africano.

Il legame culturale fra Sicilia e Tunisia: storia di migrazioni
Campisi ha detto in un’intervista resa pubblica che «c’è molta curiosità per il siciliano». Ha spiegato che, presso la facoltà, sono molti gli studenti che hanno amici siciliani, o vicini di casa da cui sentono parlare questa lingua. Altri ancora hanno persino parenti o cognomi siciliani. Il professore infatti ci ricorda che furono moltissimi gli italiani di Sicilia che migrarono in Tunisia fra il XIX e il XX secolo. Molte delle donne arrivate dall’Isola si sposarono con uomini tunisini, acquisendo i loro cognomi; così, in alcuni casi, quelli italiani non sono stati tramandati alle generazioni successive e si sono persi, «ma il legame, le tradizioni spesso rimangono», ha sottolineato. E forse è anche in virtù della sua esperienza migratoria a Tunisi di 25 anni fa, che ha desiderato questa cattedra con tanta determinazione.
La resistenza a promuovere la lingua siciliana in Italia
Di fronte al valore culturale del progetto Vincenzo Consolo, incuriosisce il perché esista un corso magistrale di siciliano in Tunisia, ma non ancora in Italia. Campisi si era rivolto all’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana anni fa, non ricevendo però alcuna considerazione. Così aveva rilanciato la sua idea al Ministero dell’istruzione tunisino, che nel 2015 la realizzò in pochi mesi. A distanza di dieci anni, il docente rimane pioniere nel promuovere il patrimonio linguistico siculo all’estero, in particolare in Tunisia, dove un legame culturale intrinseco e secolare rende forse ancor più nobile e legittimo il suo intento. Basti pensare alle innumerevoli parole con derivazione araba, utilizzate in queste zone dai siciliani, che Campisi stesso annovera: «l’immondizia, in arabo zebbla, diventa zibbula, il netturbino ‘u zibbularu o ancora pazzo, in tunisino mahboul, diventa ‘u mahbbulu». Ma, altri da lui, accademici e colleghi, hanno espresso preoccupazione rispetto al fatto che, senza un rigore scientifico nell’insegnamento di questa lingua, si potrebbe incorrere nel rischio di svalutare un’eredità culturale complessa.
Il Disegno di Legge per tutelare il siciliano e la lettera di Campisi
In una lettera pubblicata il 28 maggio scorso, Campisi risponde a tali timori, sostenendo che «portando la lingua siciliana nelle scuole, come già avviene in gran parte d’Europa e nelle altre quattro regioni a statuto speciale, non significa imporre un modello unico o artificiale, né ridurre la sua ricchezza a una questione ideologica». Il professore ha citato anche il Disegno di Legge Voto (DDL Voto) depositato in Regione lo scorso 16 maggio, dai deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana, ai quali alcuni si sarebbero opposti. L’ordinamento è volto a inserire la lingua siciliana nell’elenco delle lingue tutelate dalla legge nazionale n. 482 del 1999, insieme alle regioni Sardegna e Friuli Venezia Giulia. La lingua siciliana infatti è dotata di un codice ISO che la identifica come lingua a sé stante, dotata di una propria struttura grammaticale, vocabolario e sintassi, a differenza invece dei dialetti. La legge si pone come obiettivo ultimo quello di favorire l’utilizzo del siciliano nell’istruzione formale, nella toponomastica, nell’amministrazione (al fianco dell’Italiano), nella produzione di informazioni radiotelevisive e multimediali.
Il diritto all'uso scritto della lingua siciliana
Campisi dichiara che «l’introduzione dello studio della lingua siciliana potrebbe rafforzare le competenze metalinguistiche degli studenti, migliorare la loro comprensione della lingua italiana e persino facilitare l’apprendimento di altre lingue». Ha aggiunto che pur comprendendo la paura di una politicizzazione eccessiva del dibattito attorno al tema, «negare ai parlanti gli strumenti per conoscere, scrivere e tramandare la propria lingua significa, di fatto, limitare i loro diritti e impoverire il nostro patrimonio collettivo. Una lingua che non si vuol far scrivere rischia di essere dimenticata e relegata a un ruolo marginale».







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