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Caucaso: la pace di Washington e l’ombra dell’Artsakh

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Letizia Leonardi (Assadakh News) - La visita del vicepresidente statunitense J.D. Vance in Armenia e Azerbaijan, prevista per febbraio, si inserisce nel solco dell’accordo di pace firmato a Washington nell’agosto scorso sotto l’egida del presidente Donald Trump, che ha rivendicato la fine di una delle crisi più longeve del Caucaso meridionale.

Secondo quanto annunciato da Trump su Truth Social, l’intesa sarebbe il frutto della collaborazione tra il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, con l’obiettivo di stabilizzare definitivamente i rapporti tra i due Paesi dopo decenni di conflitto. L’accordo prevede, tra i suoi punti centrali, la creazione di una zona di transito attraverso il territorio armeno per collegare l’Azerbaijan all’enclave di Nakhchivan, progetto ribattezzato Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), con un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nello sviluppo infrastrutturale dell’area.

Washington guarda alla regione anche in chiave strategica ed economica: cooperazione nucleare civile con l’Armenia, rafforzamento dei legami con l’Azerbaijan, contratti tecnologici e forniture militari statunitensi a Baku sono stati apertamente citati dal presidente americano.

Tuttavia, mentre si parla di “prosperità e pace”, l’Artsakh (Nagorno Karabakh) si è definitivamente svuotato della sua popolazione armena. Gli ultimi armeni rimasti nella regione sono stati costretti ad abbandonarla sotto la pressione dell’Azerbaijan, in quella che diverse voci locali definiscono senza mezzi termini l’atto finale di una pulizia etnica.

A denunciarlo è stato Tigran Petrosyan, attivista sociale dell’Artsakh, in un’intervista al servizio armeno di Radio Liberty (Radio Free Europe/Radio Liberty). Secondo Petrosyan, gli sfollati non hanno lasciato volontariamente il territorio: «Le persone - ha raccontato l'attivista - temevano per la propria vita. Non sapevano dove venissero portate. Solo arrivati al ponte di Khachar hanno capito che il trasferimento era verso l’Armenia».

Una ricostruzione confermata anche dall’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanyan, che ha riferito della sorte di 11 armeni detenuti per mesi nell’hotel “Dgyatsak”, sottoposti a restrizioni, isolamento dai familiari e, in alcuni casi, segni evidenti di torture e violenze. Stepanyan ha parlato di provocazioni sistematiche da parte azera e ha ribadito che il trasferimento non è avvenuto su base volontaria.

Il risultato è che oggi l’Artsakh è completamente privo della sua storica popolazione armena, mentre la comunità internazionale celebra un accordo di pace che arriva quando il fatto compiuto è già stato realizzato.

La pace, almeno sulla carta, è “finalmente arrivata”.Ma sul terreno, per gli armeni dell’Artsakh, è arrivata solo dopo l’espulsione dell’ultimo di loro.

(Foto de L'Espresso)

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