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La calma prima della tempesta: l' Iran sull' orlo dell' ora zero regionale

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min



✍️ Wael Al-Mawla – scrittore e giornalista


Ciò che sta accadendo oggi attorno all’Iran non è più una semplice escalation graduale né uno scambio di messaggi deterrenti tradizionali, ma si è trasformato apertamente in quella che nelle scienze militari viene definita «la calma prima della tempesta». Cielo, mare e terra nella regione riflettono un momento decisivo che precede l’esplosione, in cui il rumore abituale svanisce, i segnali pubblici si ritirano e prende forma quel silenzio letale che prepara il giorno successivo.


Ciò che colpisce è che gli indicatori più pericolosi non risiedono in ciò che viene annunciato, bensì in ciò che è stato cancellato. La rimozione delle restrizioni su aree di addestramento navali e aeree precedentemente interdette riflette il passaggio dell’Iran dalla fase dimostrativa a quella delle operazioni effettive. L’apertura dello spazio marittimo e aereo sopra zone strategiche nei pressi del Golfo dell’Oman e di basi navali al di fuori dello Stretto di Hormuz indica la possibilità di un dispiegamento silenzioso di unità navali e sottomarini, o la preparazione di corridoi per un rapido transito operativo lontano dal rilevamento nemico.


Lo stesso vale per le aree prossime alla profondità nucleare iraniana, dove le restrizioni aeree attorno a perimetri sensibili suggeriscono l’ingresso dei sistemi di difesa nella fase di «sorveglianza silenziosa», al fine di evitare la rivelazione di frequenze o impronte elettroniche agli aerei statunitensi, in preparazione a qualsiasi scenario possibile. Il risultato è un quadro quasi completo: cielo limpido, terra silenziosa e mare apparentemente aperto. Questo scenario non rappresenta stabilità, bensì il massimo grado di tensione controllata, in cui tutti i segnali di allerta scompaiono simultaneamente e l’avversario viene costretto a muoversi lungo traiettorie calcolate in anticipo.


Nelle ultime settimane, il dossier iraniano è passato dalla pressione politica ed economica al limite della decisione militare. Stati Uniti e Israele si preparano a un intervento diretto o semi-diretto, con differenze nei tempi e nell’ampiezza del colpo, mentre l’ambiguità viene utilizzata come strumento psicologico per mantenere Teheran in uno stato di logoramento continuo. I movimenti militari sul terreno, come l’apertura di un centro di coordinamento per la difesa aerea nella base di Al-Udeid in Qatar e la riorganizzazione del comando statunitense nel Golfo, confermano la preparazione a un’escalation ampia, non a una semplice operazione limitata.


All’interno di Israele, il livello di allerta civile e militare è aumentato, con l’apertura dei rifugi e la diffusione di istruzioni di emergenza, in previsione di possibili attacchi missilistici o con droni contro il fronte interno. Sul piano politico, l’approccio statunitense combina escalation e incitamento con segnali di apertura condizionata, nel tentativo di dividere il fronte interno iraniano e collegare la pressione militare alla mobilitazione interna.


Dal canto suo, Teheran affronta lo scenario come una guerra composita, che comprende sicurezza interna, intelligence, guerra elettronica e battaglia mediatica. L’Iran non si prepara solo alla difesa, ma alla gestione di un conflitto lungo e multilivello. Sul piano militare, la leadership iraniana rafforza una deterrenza basata sull’idea che qualsiasi attacco non resterà confinato entro limiti geografici ristretti, ma includerà il lancio di migliaia di missili verso la profondità israeliana e le basi statunitensi nel Golfo e in Iraq, con Cipro come punto sensibile all’interno del cerchio di rischio.


L’Iraq è candidato a diventare un teatro di scontro centrale, mentre un eventuale collasso dell’Iran non si limiterebbe all’interno, ma costituirebbe un terremoto geopolitico che minaccerebbe Pakistan, Afghanistan, Turchia, il Golfo e il Caucaso, ponendo al contempo Cina e Russia di fronte a una minaccia diretta ai progetti energetici e di connessione continentale.


La conclusione è che i prossimi giorni non saranno ordinari. Qualsiasi nuovo annuncio aereo o navale non sarà un’esercitazione di routine, ma la proclamazione di una vera area operativa, in cui la domanda non sarà chi ha iniziato il colpo, bensì chi è in grado di sopportarne le ripercussioni. Ciò che stiamo vivendo ora è la quiete che precede l’esplosione e, in questi momenti, spesso gli errori di calcolo sono più pericolosi dei missili stessi.

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