Turchia-Israele: economia e politica nel gioco della rottura
- Roberto Roggero
- 12 ore fa
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Wael Almawla - La decisione della Turchia di interrompere il commercio e le relazioni logistiche con Israele, presa nel mezzo dell’escalation della guerra a Gaza e della crescente mobilitazione dell’opinione pubblica islamica, solleva una domanda fondamentale: si tratta di un cambiamento strategico nella politica di Ankara, o solo di una carta temporanea per assorbire le pressioni interne e rilanciare la sua immagine islamica?
I calcoli turchi
La Turchia sa bene che la sua economia si fonda su una rete di relazioni vasta e diversificata e che la perdita del mercato israeliano (6–7 miliardi di dollari l’anno) non rappresenta un colpo mortale, pur essendo dolorosa per alcuni settori, in particolare trasporto marittimo, logistica e acciaio. Tuttavia, Ankara è in grado di assorbire questo shock reindirizzando le proprie esportazioni verso il Golfo, il Nord Africa e l’Europa. Ciò che conta qui non sono i numeri, ma il messaggio politico: Erdoğan vuole riaffermarsi come leader islamico capace di adottare misure “audaci” contro Israele, in un momento in cui le pressioni popolari interne aumentano, soprattutto da parte della sua base conservatrice. La decisione quindi non è puramente economica, ma un investimento politico sia interno che esterno.

L’impasse israeliana
Dal canto suo, Israele, pur subendo perdite economiche dirette inferiori (2–3 miliardi di dollari), si trova ad affrontare conseguenze strategiche più pesanti. Perde infatti uno dei suoi sbocchi vitali per le materie prime e i materiali da costruzione a basso costo, ed è costretta a cercare alternative più care. Inoltre, la chiusura dello spazio aereo turco la isola dall’Asia e ne accresce i costi logistici, in un momento di guerra in cui necessita di linee di rifornimento sicure ed economiche.
In questo senso, Israele è colpita qualitativamente più della Turchia: la decisione turca aggiunge un ulteriore livello di pressione politica ed economica e rafforza l’immagine del suo isolamento regionale.
Realtà e propaganda
Resta la domanda: questa decisione rappresenta una scelta strategica duratura o solo una mossa scenica?
Se Ankara vi rimarrà fedele a lungo termine, significherà una ridefinizione della relazione turco-israeliana, che dagli anni Novanta rappresenta una delle colonne portanti della politica regionale.
Se invece dovesse fare marcia indietro sotto la pressione degli imprenditori o dell’Occidente, si confermerebbe come semplice “retorica mobilitante” volta a vendere un’immagine islamica della Turchia, senza modificare realmente gli equilibri di potere.
In conclusione, la Turchia perde nei numeri, ma guadagna in simbolismo e nella capacità di utilizzare la decisione come strumento di pressione e prestigio. Israele perde meno sul piano finanziario ma soffre di più strategicamente, in un momento cruciale della guerra. Tra queste due dimensioni, la battaglia della “rottura” resta parte di un gioco più ampio: quello di Erdoğan, in bilico tra economia pragmatica e immagine di leadership islamica.
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