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Armenia - Accordo di pace o resa con l'Azerbaijan?

  • 24 mag
  • Tempo di lettura: 2 min
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Letizia Leonardi (Assadakah News) - Mentre l’attenzione globale è puntata sul negoziato di pace tra Russia e Ucraina, un altro conflitto secolare si chiude in sordina.

Secondo Alen Simonyan, presidente dell’Assemblea nazionale armena, il testo di un trattato di pace tra i due Paesi sarebbe già pronto. Manca solo la firma ufficiale. Eppure, il contenuto dell’accordo, per quanto non interamente pubblico, racconterebbe una storia di squilibrio. Yerevan, da quanto emerge, avrebbe acconsentito a tutte le principali richieste di Baku.

Due erano i nodi principali rimasti irrisolti. Il primo riguardava la presenza di forze straniere lungo il confine. Dopo aver ottenuto il ritiro delle truppe russe dal Nagorno-Karabakh nel 2024, l’Azerbaijan punta ora allo smantellamento della missione civile europea EUMA, presente in Armenia con un mandato di monitoraggio fino al 2027.

Per Baku, quella missione è una provocazione. Non ha mai nascosto il fastidio: “Vergognose esibizioni con i binocoli”, aveva dichiarato il presidente azero Aliyev, lasciando intendere che se volessero davvero colpirli, potrebbero farlo con facilità. Il premier armeno Pashinyan ha confermato l’intenzione di acconsentire al ritiro, anche se non è chiaro se EUMA potrà almeno concludere il suo mandato.

La seconda concessione riguarda il ritiro delle denunce legali reciproche davanti alle corti internazionali. Una rinuncia che, secondo esperti di diritto come Levon Gevorgyan, favorisce chiaramente l’Azerbaijan. In particolare, a perdere sono i circa 150.000 rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh, che non potranno più accedere alla giustizia internazionale. La decisione ha già provocato le dimissioni del rappresentante armeno per gli affari legali internazionali, Yeghishe Kirakosyan.

Non basta però. L’Azerbaijan chiede anche una revisione costituzionale in Armenia, affinché siano eliminate tutte le frasi che possano suonare come minaccia alla sovranità territoriale azera. Inoltre, pretende lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che per decenni ha gestito i negoziati, ma che Baku considera troppo vicino alla diaspora armena occidentale.

Modificare la Costituzione, però, non è questione di qualche giorno. Serve un referendum. Pashinyan ne ha già proposto uno, ma non c’è ancora una data certa. E non è affatto scontato che il popolo armeno accetti un cambiamento che molti vedono come una resa travestita da compromesso.

Formalmente, è un trattato di pace. Ma nei fatti, per molti osservatori, è una resa. Nessuna garanzia internazionale per la sicurezza dell’Armenia. Nessun progresso sul rilascio dei prigionieri armeni detenuti in Azerbaijan. Nessun diritto riconosciuto per il ritorno dei rifugiati. Nessun avanzamento nei rapporti con la Turchia, nonostante gli accordi del 2022 siano ancora ufficialmente in piedi.

In altri scenari, come in Ucraina, si invoca con forza la necessità di una “pace giusta”. In questo caso, il silenzio è assordante. L’Armenia, isolata e senza più il sostegno della Russia, guarda all’Unione Europea. Ma è difficile immaginare che Bruxelles, stretta tra guerre e crisi interne, trovi le forze (e la volontà politica) per difendere davvero le istanze armene.

L’accordo potrebbe arrivare. Ma sarà un documento che resterà nella storia come simbolo di sconfitta, più che di riconciliazione. La piccola repubblica armena ha perso sul campo, ha perso sui tavoli internazionali, e ora rischia di perdere anche nella memoria. Perché senza giustizia, la pace non è che un’illusione di tregua. E in politica estera, come nella vita, la resa senza condizioni è l’anticamera dell’oblio.

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