Gestire il conflitto: Non farlo esplodere!
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Gestire il conflitto, non farlo esplodere: perché Washington non vuole una guerra con l’Iran

Di Issam Al-Halabi (Assadakah
News)
Nonostante la crescente mobilitazione mediatica negli Stati Uniti e il rafforzamento della presenza militare americana nella regione, l’ipotesi di una guerra diretta tra Washington e Teheran appare molto meno probabile di quanto venga spesso suggerito dal discorso politico e giornalistico. Dietro la facciata dell’escalation, gli Stati Uniti agiscono con freddezza strategica, consapevoli che uno scontro con l’Iran non sarebbe una semplice operazione militare, ma una scommessa ad alto rischio, potenzialmente capace di innescare una destabilizzazione regionale difficile da contenere.
Contrariamente a quanto sostengono alcune narrazioni, Washington non punta prioritariamente al rovesciamento del regime iraniano, quanto piuttosto alla modifica del suo comportamento e al contenimento della sua influenza regionale. Le esperienze statunitensi in Medio Oriente — dall’Iraq all’Afghanistan, fino alla Libia — hanno dimostrato che l’abbattimento dei regimi senza alternative politiche credibili non produce stabilità, ma apre le porte al caos e trasforma gli Stati in teatri di conflitto permanente.
Nel caso iraniano, il rischio è ancora maggiore. Non si tratta di uno Stato fragile, ma di un sistema solido dal punto di vista securitario e militare, dotato di istituzioni ideologiche fortemente strutturate, come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, la Forza Quds e le milizie Basij. L’assenza di un’alternativa politica capace di colmare un eventuale vuoto di potere rappresenta uno dei principali ostacoli all’opzione militare. L’opposizione iraniana, pur variegata, soffre di profonde divisioni interne, manca di una leadership unitaria e di un reale consenso popolare all’interno del Paese, oltre a essere in parte percepita come dipendente da attori esterni, fattore che ne compromette la legittimità nazionale.
In queste condizioni, il crollo del regime non porterebbe a una transizione ordinata del potere, ma a una frammentazione interna, con il rischio di conflitti etnici e regionali e la trasformazione dell’Iran in uno Stato dominato da milizie rivali. Ancora più preoccupante è il fatto che Teheran dispone di un vasto arsenale militare avanzato, che include missili, sistemi d’arma di produzione locale e reti di addestramento ideologico. Il collasso dell’autorità centrale implicherebbe una dispersione incontrollata di queste capacità militari, uno scenario catastrofico che minaccerebbe non solo l’Iran, ma l’intera sicurezza regionale.
Da questa prospettiva, per Washington un Iran unito — anche se ostile — risulta meno pericoloso di un Iran frammentato e fuori controllo. Questa valutazione non è condivisa solo dagli Stati Uniti, ma anche da diversi Paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Pur mantenendo forti divergenze con Teheran, questi Stati non vedono nel collasso del regime iraniano un vantaggio strategico. Hanno imparato a convivere con la minaccia esistente, costruendo politiche di deterrenza e contenimento, mentre temono una “anarchia iraniana” capace di generare milizie transnazionali più radicali e meno controllabili.
In questo contesto, la strategia americana appare orientata alla gestione del conflitto piuttosto che alla sua esplosione. Escalation calibrata, sanzioni economiche, pressione diplomatica e segnali militari misurati mirano a mantenere l’Iran entro determinati limiti, senza scivolare in una guerra totale dalle conseguenze imprevedibili. Washington sembra dunque preferire un equilibrio fragile ma governabile, piuttosto che il salto nel vuoto di un conflitto aperto.
In definitiva, gli Stati Uniti non amano il regime iraniano, ma lo temono meno di quanto temano l’alternativa ignota. Per questo continueranno a brandire il bastone senza spezzarlo, scegliendo di amministrare il conflitto anziché incendiarlo: perché un Iran ostile ma stabile resta, dal loro punto di vista, un rischio minore rispetto a un Iran frantumato, dominato da milizie e caos.







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