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Consiglio della Pace: un sistema parallelo?

  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min



Consiglio della Pace: superamento dell’impasse o istituzionalizzazione di un sistema parallelo?


✍️ Wael Almawla – Giornalista e Scrittore


In una fase di estrema instabilità internazionale, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato, nel gennaio 2026, l'istituzione del cosiddetto «Consiglio della Pace». Secondo le dichiarazioni ufficiali, l’iniziativa mira alla gestione dei conflitti globali, con priorità alla crisi di Gaza. Tuttavia, il provvedimento ha suscitato un immediato e acceso dibattito, trascendendo la dimensione umanitaria per sollevare interrogativi sostanziali sulla legittimità del diritto internazionale e sulle prospettive dell’ordine globale.

L’annuncio si inserisce nel solco del conflitto a Gaza, della progressiva erosione della fiducia verso le Nazioni Unite — in particolare verso il Consiglio di Sicurezza — e del crescente unilateralismo nelle relazioni internazionali. In tale scenario, il «Consiglio della Pace» si configura come il tentativo di proporre un framework alternativo e più agile, teoricamente idoneo a superare lo stallo delle istituzioni multilaterali tradizionali. Ciononostante, la rapida evoluzione del Consiglio da iniziativa umanitaria a progetto di chiara matrice geopolitica ha alimentato il timore della creazione di un’entità parallela, e non complementare, all’architettura internazionale vigente.

Il Consiglio opera secondo uno statuto speciale, svincolato dal sistema ONU, conferendo alla presidenza poteri discrezionali di direzione e di nomina dei membri. Inoltre, il modello finanziario basato su contributi onerosi vincola l'influenza politica alla solidità economica, minando il principio di equità nella rappresentanza e l'indipendenza decisionale. Tale struttura, pur garantendo operatività e rapidità d’azione, colloca l’organismo in una zona grigia dal punto di vista giuridico, indebolendone le fondamenta della legittimità internazionale.

Parallelamente, non possono essere trascurati i punti di forza dell’iniziativa. Il Consiglio viene presentato come un meccanismo più reattivo rispetto al Consiglio di Sicurezza, riscuotendo l’interesse di diverse nazioni del Medio Oriente e dell’Asia, le quali scorgono in esso un’opportunità pragmatica, distante dalla tradizionale egemonia occidentale. Inoltre, il focus strategico sulla fase post-conflittuale e sulla ricostruzione funge da elemento attrattivo per gli Stati in cerca di soluzioni concrete che superino la mera retorica politica.

Tuttavia, permangono evidenti criticità strutturali. La marcata personalizzazione della leadership e l’indissolubile legame tra il destino del Consiglio e la figura di Trump accrescono i timori di una sua strumentalizzazione politica. Il vincolo del contributo finanziario per l'adesione rischia di marginalizzare le nazioni meno abbienti, violando il principio di uguaglianza sovrana tra gli Stati. In aggiunta, diversi attori europei interpretano la nascita del Consiglio come un tentativo di delegittimazione dell’ONU, anziché come uno strumento per la sua riforma.

Le reazioni internazionali riflettono tali divergenze. Se alcuni Stati arabi e asiatici mantengono un’apertura cauta, i principali partner europei hanno declinato la partecipazione; al contempo, potenze come Cina, Russia e Regno Unito hanno adottato una posizione di attesa non impegnativa. Israele, dal canto suo, ha manifestato un sostegno condizionato, intravedendo la possibilità di attenuare le pressioni internazionali, pur ribadendo la centralità della propria sicurezza nazionale e opponendosi fermamente a un eventuale ruolo della Turchia, per evitare di concedere ad Ankara un’influenza regionale ritenuta lesiva dei propri interessi.

In conclusione, il «Consiglio della Pace» non si configura come un’operazione meramente umanitaria, bensì come l’espressione di un mutamento nel paradigma della politica estera statunitense: una gestione dei conflitti fondata su flessibilità e finanziamenti extra-istituzionali, pur con palesi deficit di legittimità. Tra chi lo considera un’occasione per sbloccare l’impasse diplomatica e chi lo percepisce come una minaccia alla stabilità dell’ordine globale, la sua efficacia dipenderà esclusivamente dalla capacità di produrre risultati tangibili sul campo, al di là degli annunci programmatici.


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