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Dall' Al-Hol alla libertà: Come il caos ha riaperto le porte all' ISIS

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min



✍🏻: Wael Almawla – scrittore e giornalista


La scena che ha invaso i social media – l’uscita di centinaia di membri dell’ISIS dai luoghi di detenzione – non è stata un dettaglio marginale nella vita quotidiana della guerra siriana, ma un chiaro allarme sull’esplosione di uno dei dossier più pericolosi rimasti in sospeso. Ciò che è accaduto nel campo di Al-Hol e nelle prigioni di Raqqa e al-Shaddadi, e più in generale nel nord-est della Siria, non è stato semplicemente un incidente di sicurezza imprevisto, ma un momento che ha rivelato la fragilità di un intero sistema costruito sulla gestione del pericolo invece che sulla sua risoluzione, e sul congelamento invece che sulla soluzione.


Dalla sconfitta militare dell’ISIS nel 2019, le forze locali e internazionali hanno considerato il campo di Al-Hol come uno spazio di contenimento temporaneo, ma esso si è gradualmente trasformato in una bomba a orologeria. Più di cinquantamila persone, per lo più donne e bambini legati ai membri dell’organizzazione, hanno vissuto in uno spazio chiuso regolato da criteri particolari. Nonostante i tentativi delle SDF (Forze Democratiche Siriane) di imporre il controllo, il campo è rimasto un’area grigia: non una prigione legale, né una gestione civile effettiva, né un piano umanitario sostenibile.


Le tensioni militari e politiche nel nord-est della Siria, e il desiderio del nuovo Stato siriano di estendere la propria influenza sull’intero territorio, hanno trasformato il campo e le prigioni in un terreno fertile per il caos. Ritiri parziali, scarsa sorveglianza e il coinvolgimento in altri fronti hanno aperto falle di sicurezza sfruttate dall’ISIS, sia attraverso fughe di gruppo sia tramite infiltrazioni individuali.


Le prigioni di Raqqa e al-Shaddadi non erano in condizioni migliori, trovandosi sotto la pressione dei combattimenti, con risorse limitate e senza un quadro giuridico internazionale chiaro, il che le rendeva vulnerabili a rivolte e collassi interni, come già accaduto nella prigione di Ghuwayran ad Hasaka. Nonostante ciò, le autorità siriane hanno cercato rapidamente di imporre il controllo e contenere la situazione, annunciando l’arresto di alcuni fuggitivi e il loro ritorno in prigione, in un passo volto a ridurre l’impatto del caos. Anche la parte turca ha seguito la situazione nelle proprie zone di influenza, ma la situazione generale resta incerta e i rischi persistono.


Il caos politico è più pericoloso del disordine della sicurezza: le SDF si sono sentite lasciate sole, mentre la coalizione internazionale ha abbandonato i propri impegni. La mancanza di protezione ha portato a lasciare il dossier senza una supervisione efficace. Così, il dossier ISIS si è trasformato da minaccia comune a strumento di pressione, da onere di sicurezza a carta politica, con il rischio che l’organizzazione ricostruisca le proprie reti e diffonda il messaggio che la sconfitta militare sia stato solo il primo capitolo di una lunga guerra.


Le conseguenze di questo caos superano i confini del nord-est siriano: i fuggitivi rappresentano un pericolo transfrontaliero, dalla Badia siriana all’Iraq, con possibilità di reimpiego del terrorismo a livello europeo e regionale. Il dossier è diventato una prova concreta per le nuove autorità siriane, richiedendo azioni rapide e decisive, politiche, di sicurezza e giuridiche, prima che si trasformi in una crisi incontrollabile.


La consapevolezza internazionale cresce, come sottolineato dall’ex Presidente americano Donald Trump, ma la soluzione resta tardiva rispetto alla portata della minaccia. Ciò che è accaduto ad Al-Hol e nelle prigioni di Raqqa e al-Shaddadi non è solo un fallimento di sicurezza, ma il crollo di un approccio basato esclusivamente sulla detenzione prolungata e sugli strumenti militari. La soluzione politica e legale internazionale completa è l’unica via per prevenire la rigenerazione dell’estremismo.

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