Armenia - Passi verso la pace con Baku che si riarma
- 26 lug
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Aggiornamento: 27 lug

Letizia Leonardi (Assadakh News) - Il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan e il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev si sono incontrati, il 10 luglio ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti per discutere lo stato attuale del processo di normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. L’incontro si è svolto in un clima definito "costruttivo" da entrambe le parti, ma non ha prodotto risultati decisivi.
Secondo il comunicato congiunto diffuso dai ministeri degli Esteri di Armenia e Azerbaijan, i due leader hanno confermato che il formato bilaterale diretto resta il più efficace per affrontare tutte le questioni ancora aperte tra i due Stati. È stato quindi concordato di proseguire un dialogo orientato ai risultati, proseguendo sul cammino del negoziato senza mediazioni esterne.
Uno dei punti concreti emersi dal colloquio riguarda il processo di delimitazione dei confini, particolarmente delicato dopo decenni di conflitto e controversie territoriali. I due capi di Stato hanno preso atto dei progressi già compiuti e hanno incaricato le rispettive commissioni statali di proseguire il lavoro tecnico, in vista di una possibile definizione condivisa delle linee di confine.
Questo processo, già avviato nei mesi scorsi, aveva portato, nel maggio 2024, a un primo accordo per il ritorno di alcuni villaggi frontalieri sotto il controllo di Baku, con forti tensioni interne in Armenia. La prosecuzione della demarcazione è ora considerata un passaggio cruciale per arrivare a un eventuale trattato di pace formale.
Le parti hanno anche concordato di intensificare le misure di rafforzamento della fiducia reciproca, un capitolo delicato che comprende possibili aperture simboliche e umanitarie: scambio di prigionieri, accesso sicuro ai luoghi religiosi, restituzione di mappe dei campi minati, e altri gesti di buona volontà.
L’incontro di due settimane fa è avvenuto senza la mediazione di attori esterni, in linea con quanto richiesto espressamente da entrambe le parti. È stato scelto Abu Dhabi come sede “neutrale”, su iniziativa dell’Azerbaijan, e Pashinyan e Aliyev hanno ringraziato il Presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, per la calorosa ospitalità.
Nonostante la cornice diplomatica, l’incontro non ha portato a nessuna firma di documenti ufficiali, né a dichiarazioni di svolta. Reuters e AP hanno riferito che si è trattato di un colloquio sostanziale ma privo di esiti concreti immediati. Un passo in avanti, sì, ma ancora lontano da una vera pace.
Il Premier armeno, al rientro, ha definito l’incontro “soddisfacente”, ma ha evitato ogni trionfalismo. In Armenia il clima resta prudente: una parte dell’opinione pubblica e dell’opposizione teme concessioni troppo larghe, mentre il governo insiste sulla necessità di un accordo “senza vincitori né vinti”.
Sul tavolo restano alcuni nodi cruciali. Uno è il corridoio di Zangezur, che l’Azerbaijan continua a rivendicare come collegamento diretto con l’exclave del Nakhchivan. Yerevan si oppone a ogni forma di extraterritorialità.
L'altra questione spinosa sono le modifiche costituzionali richieste da Baku, che vorrebbe la rimozione di ogni riferimento al Nagorno-Karabakh nella Costituzione armena, come condizione per la firma del trattato di pace.
Poi c'è la protezione del patrimonio culturale armeno nelle regioni passate sotto controllo azero dopo la guerra del 2020, tema su cui il dialogo resta stagnante.
L’incontro di Abu Dhabi arriva quattro mesi dopo l’annuncio congiunto, il 13 marzo scorso, di un accordo preliminare sul testo del trattato di pace. Tuttavia, le divergenze sostanziali hanno finora impedito la firma ufficiale.
Le potenze occidentali e la Russia osservano il processo con attenzione ma da lontano. L’Unione Europea ha espresso più volte il proprio sostegno alla stabilizzazione della regione, ma negli ultimi mesi il dialogo diretto ha sostituito le mediazioni multilaterali.
L’incontro del 10 luglio rappresenta un passo ulteriore nel faticoso percorso verso una normalizzazione piena tra Armenia e Azerbaijan. Nessuna svolta epocale, ma una continuità che, per la prima volta da anni, sembra reggersi su basi realistiche.
Resta da vedere se i prossimi mesi porteranno a gesti concreti o se, ancora una volta, il dialogo rimarrà prigioniero della diffidenza e delle pressioni interne. La comunità internazionale, per ora, resta spettatrice. Intanto il 24 luglio, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha incontrato nella regione dell’Altai il Primo Ministro della Federazione Russa Mikhail Mishustin. A margine dell’incontro, il vicepremier russo Alexei Overchuk, intervistato dai media locali e ripreso da Armenpress, ha confermato che i due leader hanno discusso anche della situazione attuale nel Caucaso meridionale.
«Sono stati discussi anche temi dell’agenda del Caucaso meridionale», ha dichiarato Overchuk, senza fornire ulteriori dettagli di contenuto. Tuttavia, il riferimento alla regione, sempre più al centro delle tensioni tra interessi russi, turchi, iraniani e occidentali, conferma che Mosca continua a monitorare da vicino le dinamiche tra Armenia e Azerbaijan, nonostante i segnali di raffreddamento nei rapporti con Yerevan.
L’incontro tra Pashinyan e Mishustin si è svolto in un momento delicato nei rapporti armeno-russi. Da mesi, infatti, l’Armenia ha intrapreso una politica estera più autonoma, rafforzando i legami con l’Occidente e criticando l’inefficacia dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), guidata da Mosca, durante le aggressioni azere degli ultimi anni.
La riunione ad Altai, formalmente incentrata su cooperazione economica, trasporti e progetti regionali, può dunque essere letta anche come un tentativo di riaprire un canale operativo tra Mosca e Yerevan, in un quadro regionale che resta instabile e ad alto rischio di escalation. Mentre il dialogo bilaterale tra Armenia e Azerbaijan prosegue su binari diplomatici, sullo sfondo si intensificano le preoccupazioni per la crescente militarizzazione della regione, in particolare per il massiccio riarmo dell’Azerbaijan.
Secondo un’analisi del Centre for Analysis of World Arms Trade (CAWAT), autorevole istituto russo con sede a Mosca, nel 2024 l’Azerbaijan ha acquistato armi per un valore superiore a 2,2 miliardi di dollari, collocandosi al 16° posto tra gli importatori di armi a livello globale. Un dato che, secondo analisti armeni, smentisce le accuse di Baku secondo cui sarebbe Yerevan a prepararsi a una guerra imminente.
L’Armenia, da parte sua, ha sempre ribadito che le forniture militari sono legate a riforme interne e a scopi esclusivamente difensivi, respingendo le narrazioni azere che cercano di ribaltare le responsabilità.
Davit Harutyunov, analista militare e docente universitario, ha sottolineato come il riarmo azero sia documentato da fonti pubbliche e confermato da dichiarazioni ufficiali e persegue tre obiettivi principali: Rafforzare la propria posizione negoziale con una superiorità militare netta, Impedire all’Armenia di ricostruire un equilibrio post-2020, Prepararsi potenzialmente a nuove offensive armate, approfittando della debolezza dei meccanismi internazionali di controllo. Harutyunov ha ricordato che l’Armenia ha proposto la creazione di un meccanismo congiunto di verifica sugli armamenti, ma l’Azerbaijan avrebbe rifiutato l’iniziativa. In passato, Baku ha violato più volte il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE), che impone limiti agli equipaggiamenti militari convenzionali. Il trattato è ormai privo di efficacia dopo il ritiro della Russia nel novembre 2023 e la successiva sospensione da parte della NATO.
In questo scenario, la regione del Caucaso meridionale rimane fortemente militarizzata, in particolare per il rapporto tra popolazione, armamenti e densità territoriale. Harutyunov evidenzia come l’Azerbaijan stia combinando tecnologia pesante di produzione russa con droni di origine israeliana e turca, configurando una forza ibrida di grande capacità offensiva.
Sul fronte internazionale, il Senato degli Stati Uniti, il 15 novembre 2023, ha approvato un disegno di legge che sospende tutti gli aiuti militari all’Azerbaijan, abrogando di fatto la deroga alla Sezione 907 del Freedom Support Act, che finora aveva permesso all’Amministrazione statunitense di continuare l’assistenza militare a Baku nonostante il divieto originario. Questa decisione rappresenta un cambio di linea significativo nella politica estera USA, dopo anni in cui Washington aveva mantenuto un rapporto di cooperazione tecnica con l’Azerbaijan, soprattutto in funzione strategica (come il transito logistico verso l’Afghanistan dopo l’11 settembre).
Tuttavia, secondo Harutyunov, la sospensione americana non implica che Baku si rivolgerà agli Stati Uniti per nuove forniture: “Le armi statunitensi sono molto costose e l’Azerbaijan ha già consolidato i propri canali d’acquisto con Russia, Israele e Turchia”.







L'unica salvezza perl 'armenia e mandare acasa questa classe politica incapace e fallita ricreare fiducia con la federazione russa e armarsi fino ai denti.
Con i turchi non puo esserci dialogo senza innanzitutto il riconoscimento del genocidio e il risarcimento. Pietra fondamentale per un' armenia democratica libera e sicura.