Genocidio armeno: prima il Vaticano agiva, ora volta le spalle
- 2 lug
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Letizia Leonardi (Assadakah News) - A distanza di oltre un secolo, le carte vaticane svelano uno sforzo diplomatico tanto disperato quanto ignorato. Mentre il mondo taceva, Benedetto XV e il suo delegato a Costantinopoli, nel 1915, cercavano di fermare, con le sole armi della parola e della coscienza, l’annientamento di un intero popolo. Questa storia, poco conosciuta anche in ambito cattolico, racconta il coraggio e il limite della diplomazia umanitaria in tempo di guerra. E parla al nostro presente più di quanto sembri.
Nel giugno del 1915, mentre l’Impero ottomano avviava la deportazione e lo sterminio della popolazione armena, l’arcivescovo Angelo Maria Dolci, delegato apostolico a Costantinopoli, iniziava a ricevere notizie sempre più tragiche dalle regioni interne dell’Impero. I primi telegrammi alla Santa Sede parlavano di armeni in fuga e “voci di massacri”. Poi arrivarono le prove: famiglie costrette a lasciare le proprie case, intere città svuotate, religiosi assassinati, popolazioni decimate.
Il 22 giugno, Dolci apprese che anche ad Adana era in corso un’operazione sistematica per “sradicare la componente armena e cristiana” della provincia. E solo pochi giorni dopo, veniva informato del massacro di 700 cattolici, tra cui l’arcivescovo armeno-cattolico Ignatius Maloyan. La persecuzione non risparmiava nemmeno quei cristiani, i cattolici armeni, notoriamente fedeli alla Sublime Porta.
Nonostante l’assenza di ogni forma di ribellione da parte loro, anche i cattolici venivano deportati o eliminati. A nulla valse, in quel momento, la supplica di Dolci al Gran Visir Said Halim. “Le potenze cristiane hanno il dovere di intervenire”, scrisse al cardinal Gotti il 19 luglio. Il 20 agosto, in una lettera al cardinal Gasparri, Dolci descrisse la scena come “uno spettacolo barbaro che mi spezza il cuore e mi riempie di orrore”. Ma soprattutto, lo tormentava l’impotenza.
Alla fine di agosto, 1.500 armeni cattolici di Angora furono arrestati, tra cui il vescovo e 17 sacerdoti. Solo le pressioni congiunte del delegato apostolico e delle ambasciate di Germania, Austria e Bulgaria evitarono una strage. Ma le donne e i bambini, sebbene risparmiati da marce forzate, vennero deportati nei campi del deserto siriano stipati in vagoni bestiame.
Questi piccoli spiragli di salvezza generarono tensioni con gli armeni ortodossi, che si sentivano esclusi. Alcuni passarono perfino alla Chiesa cattolica, generando imbarazzo a Roma. Benedetto XV, in una visione sorprendentemente “ecumenica” per l’epoca, ricordò a Dolci: “Io sono padre di tutti i cristiani, anche di quelli che non mi accettano come tale”.
Quando fu chiaro che l’azione del delegato non bastava, il Papa prese in mano la situazione. Scrisse al kaiser Guglielmo II e all’imperatore Francesco Giuseppe, chiedendo loro di intercedere presso l’alleato turco. Poi scrisse personalmente al sultano Mehmet V. La sua lettera, carica di compassione, chiedeva clemenza e giustizia: “Non lasciate che gli innocenti ricevano la stessa pena dei colpevoli”.
La risposta arrivò solo il 19 novembre: fredda, retorica, negazionista. Secondo il sultano, le deportazioni erano la legittima risposta a un complotto, e il governo non poteva distinguere tra ribelli e pacifici. Dolci, inizialmente fiducioso, si rese conto presto dell’inganno. Le promesse di protezione e di amnistia vennero disattese. Le persecuzioni continuarono.
Alla fine del 1915, il bilancio era agghiacciante: un milione di armeni gregoriani uccisi, migliaia di sacerdoti, vescovi e religiosi assassinati, undici diocesi cancellate. I turchi non risparmiarono neppure le diocesi cattoliche. Dolci scrisse a monsignor Eugenio Pacelli, futuro Pio XII: “Per difendere gli armeni, ho perso il favore di Cesare… Intendo con queste parole il Ministro dell’Interno Talaat Pascha, Gran Maestro della Massoneria d’Oriente”.
Il 6 dicembre 1915, Benedetto XV dichiarò pubblicamente davanti al Concistoro che “lo sventurato popolo armeno va incontro a un quasi totale annientamento”. Aveva ragione. Sei mesi dopo, un rapporto del patriarcato armeno-cattolico lo confermava. Il genocidio proseguiva sotto gli occhi del mondo cristiano.
Il tentativo di Benedetto XV di fermare il genocidio armeno fu, sul piano pratico, un fallimento. Ma rappresentò uno straordinario atto di coscienza e di coraggio morale. In un’epoca in cui le potenze occidentali tacevano o guardavano altrove, la voce del Papa, e con lui quella di monsignor Dolci, si alzò forte, chiara e insistente per denunciare lo sterminio di un intero popolo cristiano.
Oggi, però, colpisce un paradosso inquietante: mentre all’epoca la Santa Sede si mobilitava per tentare di salvare gli armeni, oggi sembra ignorare o minimizzare la loro memoria e il loro ruolo storico. Il primo popolo cristiano della storia, che nel 301 d.C. adottò ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato, è oggi marginalizzato, non solo nella geopolitica internazionale, ma anche nei contesti ecclesiali.
La recente esclusione di un esperto di genocidio armeno, come Georges Ruyssen, da una conferenza organizzata in una chiesa cattolica a Roma, il silenzio sugli anniversari e sulle iniziative di memoria, e la disponibilità di alcuni ambienti ecclesiastici a ospitare rappresentanti dell’Azerbaijan che negano apertamente i fatti storici e diffondono versioni revisioniste del conflitto, sono segnali preoccupanti.
Non si tratta di semplice diplomazia o opportunismo. È una questione di verità e giustizia, di fedeltà alla memoria di un martirio cristiano che Benedetto XV ebbe il coraggio di riconoscere e denunciare, pur in una situazione politica e militare estremamente complessa. Oggi, di fronte a nuove tensioni nella regione, questo silenzio rischia di tradursi in un’altra forma di abbandono.
Il passato insegna che il silenzio e l’indifferenza hanno un costo altissimo. La responsabilità morale grava non solo su chi commette le atrocità, ma anche su chi sceglie di non parlarne. La storia del genocidio armeno e dell’impegno vaticano allora, a confronto con l’attuale reticenza e strumentalizzazione, dovrebbe essere un monito severo per tutti noi.
(Foto Wikipedia)







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