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Giornalismo in prima linea – Talal Khrais, la voce di chi non ha voce

Aggiornamento: 8 apr 2021

Letizia Leonardi – Sempre in prima linea nelle zone di guerra, incurante del pericolo, Talal Khrais si è spinto fin dove altri non sono arrivati. Ha intervistato politici come Bettino Craxi, Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante, Giovanni Spadolini, Gianni de Michelis, Giulio Andreotti, Luciano Lama e anche alcuni importanti magistrati anti-mafia. Ha incontrato e scritto su molti altri leader internazionali, del calibro del segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah; Moammar El Gheddafi; il presidente egiziano Hosni Moubarak; e il leader Curdo Abdallah Ocalan.



Per non parlare delle star del cinema: Sofia Loren, Timothy Dalton (James Bond). Inviato di guerra, il libanese Talal Khrais, corrispondente dall’Italia per il quotidiano in lingua araba “As-Safir”, nel corso della sua carriera, ha collaborato alla stesura di diversi saggi e reportage sulla resistenza libanese e sulla Siria. Reporter esperto del Medio Oriente, è anche responsabile Esteri della Associazione Italo-Araba Assadaka, dove lavora con altri amici e colleghi che fanno il suo stesso lavoro, in prima linea. Giornalista professionista, di quelli veri, che svolgono la professione in silenzio, guadagnandosi la stima di tutti. Ha ricevuto numerosi premi giornalistici internazionali fra cui il Premio Orvieto 2007, e il prestigioso “Marzani” nel 2018. Molti Comuni gli hanno dato riconoscimenti per avere creato gemellaggi. Ha raccontato guerre, eventi tragici, vite di importanti leader e grandi artisti ma interessante è anche la sua di esistenza e questa volta sarà lui a essere protagonista di un’intervista.


– Talal, come è iniziata questa passione per il giornalismo?

– “È cominciata presto. Sono nato nel centro storico di Beirut nel 1952, terzo di otto figli. Pur avendo, fin da piccolo, una grande predisposizione allo studio, sono stato costretto a lavorare già all’età di 14 anni per aiutare la mia famiglia. Il primo lavoro è stato nel 1968 per il quotidiano della diaspora armena “Zartounk”. Portavo gli articoli dalla redazione alla tipografia per la stampa del giornale. Allora non c’era la tecnologia di oggi, non si faceva tutto con il computer”.


– Hai sempre avuto una particolare attenzione per l’Armenia e la causa armena. Da dove è nato questo interesse?

– “Quando portavo gli articoli del quotidiano armeno “Zartounk” in tipografia mi capitava di sbirciare tra le pagine e mi hanno molto colpito le terribili immagini sul genocidio armeno del 1915, nel quale sono stati massacrati un milione e mezzo di armeni. Mi faceva soffrire vedere quelle foto e, nonostante fossi un giovane libanese, ho sentito subito un legame profondo nei confronti di quel popolo che aveva subito quello sterminio, senza che nessuno avesse alzato una voce. Nello stesso edificio del giornale c’era anche la sede del partito armeno Ramgavar e l’Associazione Tekeyan e lì ho conosciuto Araks, una ragazza in gamba che, il presidente dell’Associazione Vahan Tekeyan, mi aveva affiancato per farmi conoscere la cultura armena. Lei mi ha insegnato tante cose, tra cui il canto e la musica. Più passava il tempo e più mi sentivo legato alla comunità armena”.


– Hai iniziato col portare articoli per la stampa e sei poi finito con lo scriverli. Come è accaduto questo grande passo?

“È stato grazie al direttore del quotidiano “Zartounk”, Nazareth Tobakian. Un giorno ha chiesto un colloquio con mio padre. Una richiesta che mi preoccupò molto: temevo che volesse licenziarmi. I miei genitori pensarono che avessi combinato qualche guaio. Ho ancora vivo il ricordo di mia madre che stirava la divisa da vigile del fuoco che avrebbe, con orgoglio, indossato mio padre per quell’incontro. Dal direttore rimasi fuori ma riuscì a sentire la conversazione. Non mi voleva licenziare. Disse a mio padre che avevo delle potenzialità e che avrei dovuto studiare e quindi aveva intenzione di farmi lavorare part-time al giornale in modo che potessi frequentare una scuola serale. Ed è stata l’Armenian General Benevolent Union AGBU a pagare le spese per la mia istruzione. Avevo dovuto abbandonare la scuola 4 anni prima e, con l’aiuto di Araks, sono riuscito in poco tempo a recuperare. Sono profondamente riconoscente per l’affetto che tutta l’Associazione armena e Araks mi hanno dimostrato. Nel 1970 ho ottenuto una borsa di studio dal partito comunista per studiare medicina in Bulgaria, ma fui sorpreso quando, nel 1974, ricevetti una copia del quotidiano “Zartounk” con un lungo editoriale dedicato a me, che portava la firma proprio del direttore Nazareth Tobakian e che passava in rassegna la mia storia, scriveva del mio talento e prevedeva per me un brillante successo nel campo giornalistico. È stato proprio questo articolo di fondo che ha cambiato il percorso della mia vita perché, da quel momento, mi sono sentito come di tradire il giornalismo per la medicina e ho capito che dovevo essere un giornalista anziché un medico”.




– Quindi hai lasciato medicina e sei ritornato in Libano, ma come mai non hai continuato a lavorare come giornalista per il quotidiano “Zartounk”?

– “Purtroppo dopo qualche mese dal mio ritorno è scoppiata la guerra civile e il Libano è stato diviso in parte est e ovest. Nella zona ovest ho fatto parte dell’associazione Soccorso Popolare Libanese, utilizzando la mia esperienza in medicina per salvare molte vite ma ho perso completamente i contatti nella zona est dove si trovavano quotidiano armeno “Zartounk” e l’Associazione Tekeyan”.


– Cosa ti ha portato in Italia?

– “Sono venuto in Italia nel 1979 per studiare scienze politiche. Nel 1980 c’è stato il terribile terremoto dell’Irpinia. Sono stato in prima linea e ho scritto vari servizi. Il quotidiano libanese “As-Safir” mi ha notato e mi ha assunto come corrispondente in Italia. Con il passare degli anni, occupandomi dei fatti del mondo, mi sono un po’ allontanato dalla mia patria, il Libano, e dalla causa armena”.


– Ma l’Armenia è comunque rimasta nel tuo cuore, come l’hai ritrovata?

“Nel 2012 sono andato a Teheran per partecipare ad una conferenza sul giornalismo. Per l’agenzia giornalistica armena Armenpress c’erano le colleghe Nazie Asartyan e Araks Kasyan . Non osavo avvicinarmi a loro a causa del senso di colpa per aver abbandonato la causa armena. Ci siamo presentati solo l’ultimo giorno e Araks mi ha subito invitato ad andare in Armenia. Ci sono andato a Natale di quello stesso anno, accolto dai colleghi di Armenpress. Scrivevo ogni giorno due articoli e mi sono sentito molto più tranquillo perché avevo ripreso la mia lotta a fianco del popolo armeno, miei fratelli, grazie a Araks e Nazie. Nazie mi aiuta ancora nella mie battaglie a fianco di questo popolo che ho sempre amato, che mi ha dato tutto quando ero in difficoltà, senza chiedermi niente. Ho capito perché la comunità armena ha fatto tutto questo per me: gli armeni non vogliono più vedere persone che soffrono come hanno sofferto loro e io ho giurato di essere sempre a fianco dei popoli che lottano per la loro autodeterminazione. Ho conosciuto la causa armena da ragazzino, mi sono impegnato e ho giurato che fino alla fine della mia vita sarò a fianco di questo popolo glorioso”.

Talal ne ha fatta tanta di strada, e ne rimane ancora molta da percorrere, sempre a fianco dei più deboli. Il direttore dell’autorevole giornale “As-Safir”, Talal Salman, ha scritto di lui: “Talal Khrais, un reporter molto speciale che arriva dove altri non osano. Vi sorprende con suoi servizi esclusivi, con la voce di chi non ha voce”.


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