Iraq - Al Maliki si ripropone come premier anti-Trump
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Assadakah News - Nouri al-Maliki torna al centro della scena politica irachena, sostenuto sabato dai partiti sciiti più vicini all'Iran per la carica di primo ministro, nonostante le accuse di responsabilità che i suoi detrattori gli attribuiscono nell'aver alimentato le fratture confessionali che aprirono la strada all'ascesa del gruppo Stato islamico. E fra i detrattori figura niente meno che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha minacciato di fermare gli aiuti americani all'Iraq nel caso al-Maliki tornasse premier.
Figura chiave della politica irachena, il leader sciita di 75 anni è riuscito negli anni a mantenere rapporti sia con Teheran sia con Washington, ritagliandosi il ruolo di vero e proprio 'kingmaker' dietro le quinte di ogni possibile formula di governo. Il sostegno arrivato dalla principale alleanza sciita, maggioritaria in Parlamento, rende di fatto scontata la sua nomina, una volta che il presidente iracheno designerà ufficialmente il nuovo capo dell'esecutivo.
Rimasto a lungo in secondo piano, al-Maliki è emerso sulla scena nazionale nel 2006, dopo anni di militanza in esilio contro Saddam Hussein, rovesciato dall'invasione statunitense del 2003. Nato nel 1950 a Twairij, nella provincia centrale di Kerbala, aderisce all'università al partito islamico Dawa, il più antico movimento di opposizione al regime baathista, di cui diventa segretario generale nel 2007, affermandosi progressivamente come uno dei leader più influenti del campo sciita.

Negli anni Ottanta, dopo la messa al bando del Dawa, fugge dall'Iraq. Condannato a morte in contumacia, si rifugia in Iran, insieme ad altri dirigenti del movimento, dopo che Saddam Hussein ordina l'esecuzione dei suoi membri. In seguito si trasferisce in Siria, dove continua a militare per la caduta del regime. Rientrato in patria dopo il 2003, ricopre tra il 2003 e il 2004 la vicepresidenza di un organismo incaricato di epurare l'apparato statale dagli ex membri del partito Baath. Eletto nel 2005 a capo della commissione parlamentare per la sicurezza, è tra i promotori di una legge antiterrorismo particolarmente repressiva. Nel 2006 succede a Ibrahim al-Jaafari come primo ministro, in un Paese già sconvolto da sanguinosi scontri confessionali. Le violenze tra milizie sciite ed estremisti sunniti, sullo sfondo dell'occupazione americana, fanno precipitare l'Iraq nel caos e ad al-Maliki viene rimproverata una scarsa autorità. Nel 2008, pero', lancia una dura offensiva contro i gruppi armati sciiti, con l'appoggio delle forze statunitensi. Il successo dell'operazione gli vale l'approvazione trasversale delle diverse comunità e rafforza la sua immagine di leader nazionalista, capace di ridurre la violenza e di ottenere, in quella fase, una sorta di consenso tacito tra Iran e Stati Uniti. Gli analisti sottolineano tuttavia che il calo degli attacchi fu favorito anche dall'aumento delle truppe americane e dal cambio di schieramento di alcune tribù sunnite.
Rieletto nel 2010 alla guida del governo grazie a una lista interconfessionale, il suo secondo mandato e' segnato da una crisi politica permanente: tensioni con la regione autonoma del Kurdistan, stallo legislativo e persistenti divisioni tra sunniti e sciiti, aggravate dal ritiro delle truppe statunitensi. I tentativi di sfiducia si moltiplicano, mentre i suoi oppositori lo accusano di autoritarismo, corruzione e deterioramento dei servizi pubblici. Dal 2012, la violenza torna a livelli mai visti dal 2008. Invece di cercare un dialogo con i sunniti, come auspicato dalla comunità internazionale, al-Maliki opta per operazioni di massa e arresti, inasprendo ulteriormente le tensioni. Nel 2014, viene accusato di aver favorito, con la sua politica confessionale, l'avanzata del gruppo jihadista Stato islamico, che conquista ampie porzioni del territorio iracheno. Sotto la pressione interna e internazionale, rinuncia allora a un terzo mandato. Ma non e' mai uscito davvero di scena: alla guida della coalizione Stato di diritto, ha continuato a pesare sulla formazione delle alleanze parlamentari e sulla scelta dei titolari dei principali incarichi, con il suo nome che riaffiora ciclicamente come opzione di riserva per la guida dell'esecutivo. Con il sostegno decisivo del fronte sciita, Nouri al-Maliki è pronto a tornare, riaprendo una pagina controversa della storia politica irachena.
In questo contesto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un avvertimento netto all'Iraq: se l'ex premier Nuri al-Maliki - considerato vicino all'Iran e sostenuto da partiti filo-teheraniani - dovesse tornare alla guida del governo, Washington interromperà ogni forma di sostegno al Paese.
In un post pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto: "Abbiamo sentito che l'Iraq potrebbe prendere una decisione estremamente sbagliata rimettendo Nuri al-Maliki come primo ministro. Se l'Iraq sceglierà Maliki come capo del governo, gli Stati Uniti non lo aiuteranno più". Il presidente ha definito la prospettiva di un ritorno di Maliki "una pessima scelta", ricordando che durante il suo mandato (2006-2014) l'Iraq "scivolò nella povertà e nel caos totale". "Quella esperienza non deve essere ripetuta", ha concluso.
L'avvertimento di Trump arriva a poche ore da una analoga presa di posizione del segretario di Stato Marco Rubio. Domenica scorsa, durante una telefonata con il premier uscente Mohammed Shia al-Sudani, Rubio aveva espresso la speranza che il prossimo esecutivo iracheno faccia dell'Iraq "una forza di stabilità, prosperità e sicurezza in Medio Oriente", aggiungendo che "un governo controllato dall'Iran non potrà mai mettere al primo posto gli interessi iracheni, tenere il Paese fuori dai conflitti regionali né rafforzare la partnership reciprocamente vantaggiosa con gli Stati Uniti".
Il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, ha ribadito il messaggio: "Il segretario ha chiarito che una amministrazione dominata da Teheran non potrà avere successo nel perseguire gli obiettivi di Baghdad". Secondo fonti politiche irachene, gli Stati Uniti hanno trasmesso a Baghdad un messaggio formale in cui esprimono "una valutazione negativa" del periodo di governo di Maliki e sottolineano che, sebbene la scelta del prossimo premier sia una decisione sovrana irachena, Washington adotterà a sua volta "decisioni sovrane" sulla natura della futura relazione bilaterale, in linea con i propri interessi nazionali.
Maliki, costretto alle dimissioni nel 2014 sotto forti pressioni americane in seguito all'avanzata dello Stato Islamico e alla crisi di sicurezza, è stato recentemente designato come candidato premier dalla più grande coalizione sciita in parlamento, scatenando allarme a Washington per un possibile spostamento dell'Iraq verso un'orbita ancora più stretta con l'Iran.
Il monito congiunto di Trump e Rubio segna un'escalation nella pressione statunitense sul processo di formazione del nuovo governo iracheno, in un momento di delicata transizione politica a Baghdad e di crescenti tensioni regionali.







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