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La pace tra Armenia e Azerbaijan che fa gola all’Europa

  • 26 mag
  • Tempo di lettura: 2 min
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Letizia Leonardi (Assadakah News) - Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato che l’Unione Europea trarrebbe vantaggio da un eventuale accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan. “Consideriamo il Caucaso meridionale una regione chiave che collega l’Unione Europea con l’Oriente”, ha affermato il ministro, sottolineando che la posizione europea è motivata tanto dagli interessi strategici quanto dal tradizionale rapporto tra Francia e Armenia.

Barrot ha inoltre espresso il sostegno europeo agli sforzi armeni nella redazione di un piano di pace e all’accordo politico recentemente raggiunto. “Sulla base della pace in questa regione, possiamo costruire un futuro prospero e un’integrazione regionale da cui trarranno beneficio sia l’Armenia che l’Unione Europea”, ha concluso.

Parole che suonano bene, certo. Ma che lasciano un retrogusto amaro.

Perché mentre Bruxelles affila le unghie sul “beneficio”, ben pochi sembrano disposti a parlare con onestà dei ricatti che l’Azerbaijan continua a imporre all’Armenia per forzarla a firmare un accordo sbilanciato. Nessuna parola sull’occupazione di territori sovrani armeni. Nessuna presa di posizione netta sulla crisi umanitaria che ha costretto oltre 100.000 armeni del Nagorno-Karabakh ad abbandonare le proprie case. Peggio ancora, nessuna menzione dei prigionieri politici di Stepanakert, ex dirigenti e rappresentanti della Repubblica de facto, attualmente detenuti a Baku, in condizioni che sono in palese violazione del diritto internazionale.

Ora che il sangue si è asciugato e i villaggi bruciano solo nei rapporti degli osservatori internazionali, l’Europa arriva puntuale: non per portare soccorso, ma per firmare contratti, assicurarsi rotte commerciali, stabilire corridoi energetici. Come avvoltoi che volteggiano in cerchio sopra un campo di rovine, pronti a calare appena intravedono l’occasione di un banchetto.

L’Armenia viene così spinta, se non costretta, verso un accordo che rischia di premiare l’aggressore e legittimare l’uso della forza come strumento diplomatico. Tutto in nome della “pace”, parola che suona bene nei comunicati ufficiali, ma che, in queste condizioni, potrebbe significare resa.

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