Rachel Corrie: il ritorno della verità
- 16 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Rachel Corrie, il ritorno della verità: tra i tribunali di Haifa e le scene americane, la coscienza che sfida il genocidio di Gaza
Ventidue anni dopo la sua uccisione, la giovane attivista statunitense diventa ancora una volta simbolo della lotta contro l’impunità israeliana e le false “trattative di pace” che coprono il genocidio palestinese.


Maddalena Celano Assadakah News)
Ventidue anni dopo il suo assassinio a Rafah, nella Striscia di Gaza, Rachel Corrie torna a far parlare di sé. Non come un fantasma del passato, ma come simbolo vivente della verità che Israele e l’Occidente cercano di seppellire.
In questi giorni, due eventi significativi hanno riportato il suo nome al centro della scena internazionale: la riapertura del processo civile a Haifa sul suo omicidio e la nuova rappresentazione, negli Stati Uniti, del monologo My Name is Rachel Corrie. Due episodi apparentemente lontani, ma legati da un filo rosso: la resistenza alla cancellazione morale e politica della causa palestinese.
Il processo che Israele non voleva
Il 16 marzo 2003 Rachel Corrie, giovane statunitense di 23 anni, fu schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre tentava di impedire la demolizione di una casa palestinese a Rafah. Israele archiviò il caso definendolo un “incidente di guerra”. La famiglia Corrie, sostenuta da giuristi per i diritti umani, ha lottato per oltre vent’anni contro un muro di impunità.
Ora, nell’ottobre 2025, il tribunale distrettuale di Haifa ha riaperto l’inchiesta, su pressione di organizzazioni israeliane e palestinesi che denunciano la sistematica copertura dei crimini dell’IDF. Il processo — riportano fonti indipendenti come InfoPal — punta a riaprire la catena di comando, a verificare responsabilità dirette e a smascherare la manipolazione delle prove.
Non è solo un atto giudiziario: è una sfida politica al dogma dell’immunità israeliana, quella che da decenni permette all’occupante di agire come potenza al di sopra del diritto internazionale, protetta da Washington e dall’Unione Europea.
Il teatro come tribunale della coscienza
Contemporaneamente, negli Stati Uniti, la Burning Coal Theatre Company ha riportato in scena My Name is Rachel Corrie — l’opera costruita sulle lettere e i diari della giovane attivista, curata da Alan Rickman e Katharine Viner.
Censurato per anni, lo spettacolo torna oggi in un contesto carico di significato: mentre a Gaza si consuma un genocidio in diretta mondiale, i teatri americani riscoprono la voce di chi aveva già denunciato l’orrore vent’anni fa.
Rachel scriveva:
“Ogni casa distrutta è una famiglia cancellata. Ogni bambino ucciso è un futuro che non avrà voce.”
Le sue parole, oggi, risuonano come una condanna contro la retorica ipocrita delle cancellerie occidentali, che continuano a parlare di “cessate il fuoco temporanei” e “trattative di pace” mentre finanziano e armiano il carnefice.
Le finte trattative e il silenzio complice dell’Occidente
Mentre la diplomazia internazionale si aggrappa alle sue formule di facciata, Gaza muore. Ogni giorno.
Le stesse potenze che piangono “le vittime civili” — Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Unione Europea — sono le stesse che forniscono armi, tecnologia e copertura politica a Israele.
La farsa delle trattative serve solo a normalizzare il genocidio, a renderlo “gestibile”, “umanitario”, “inevitabile”.
Il linguaggio diplomatico è diventato un meccanismo di anestesia collettiva: si parla di “corridori umanitari” per mascherare i crimini di guerra, di “difesa legittima” per giustificare il massacro di un popolo senza esercito né Stato.
Rachel Corrie aveva capito tutto questo prima di morire. E per questo è stata uccisa.
Una memoria che non si lascia spegnere
La riapertura del processo e la rinascita del suo monologo sono due atti di resistenza culturale e politica.
Sono la prova che la verità non può essere archiviata, e che la memoria di Rachel Corrie è diventata parte integrante della lotta dei popoli contro l’imperialismo, l’occupazione e la menzogna.
Ogni volta che il suo nome riemerge, Israele e i suoi alleati tremano: perché Rachel Corrie non è solo una vittima, ma una coscienza internazionale che continua a chiedere giustizia per Gaza — e per tutta la Palestina martoriata.
Rachel Corrie non è morta. Vive nei corpi distrutti di Gaza, nelle madri palestinesi che scavano tra le macerie, e in ogni giovane che osa dire la verità davanti ai potenti.
👉👉👉 Canzone della Casa nel Vento: Rachel and the Storm
👉 Assadakah News
Roma, ottobre 2025







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