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Oman - Fra idrogeno verde e mediazioni chiave…

Roberto Roggero - Ancora una volta, come se ci fosse bisogno di ulteriori conferme, il Sultanato dell’Oman si dimostra un Paese all’avanguardia, e in diversi settori, primo fra tutti la previsione di un futuro vivibile e gli sforzi verso tale obiettivo. In questo senso, oltre alla massiccia operazione di conversione energetica, con l’adozione di fonti alternative, vi è certamente l’importante ruolo di mediazione per un futuro che possa finalmente pacificare la regione mediorientale e il mondo arabo, con la condivisione di obiettivi comuni per un futuro degno di essere vissuto da lasciare alle future generazioni.

Il gruppo francese Engie pare abbia intenzione di avviare grandi progetti a livello energetico, ni Arabia Saudita, Emirati Arabi e Oman, con lo sviluppo di una capacità produttiva complessiva di 4 gigawatt entro il 2030, nel quadro della strategia per la transizione energetica, oltre a programmi simili in diversi Paesi di Africa, Asia, Medio Oriente ed Europa.

L’Oman, come gli altri Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha un enorme potenziale, prova ne sia il progetto già in corso d’opera per quanto riguarda Masdar (società degli Emirati) con un progetto a Al-Ruwais in joint-venture con Adnoc e Oci, aziende leader del sttore energetivo dagli Emirati e dai Paesi Bassi, per un impianto a idrogeno verde per la produzione di ammoniaca a basso contenuto di carbonio, il cui inizio attività è previsto per il 2025, avrà una capacità produttiva potenziale fino a 200 megawatt.

Ciò che però è importante per il futuro, è il ruolo che il Sultanato dell’Oman ha a livello politico, di cui ha già dato ampia prova di efficacia con la mediazione per la fine del conflitto del vicino Yemen, nonché per il riavvicinamento fra Riyadh e Tehran, e molto altro ancora. Particolarmente notevole è però la notizia che riguardaincontri non ufficialmente confermati, avvenuto appunto nel Sultanato dell’Oman, fra rappresentanti di USA e Repubblica Islamica dell’Iran, che riguarderebbe una epocale svolta sul piano delle relazioni internazionali, in particolare riguardo alla trattativa sul nucleare. In questo senso, pare che tali colloqui si sarebbero svolti nell’arco di un intero mese. A rivelarlo, fonti dei media arabi e israeliani. In precedenza, tali approcci sono stati puntualmente smentiti, ma in questa particolare occasione, un importante elemento è stato lo sblocco di oltre tre miliardi di dollari iraniani che erano stati bloccati e congelati in Iraq. Manovra che non sarebbe stata possibile senza il benestare di Washington.

La presidenza della Repubblica Islamica dell’Iran ha dichiarato che comunque non ci sono accordi bilaterali temporanei e che l’unica strada ufficiale tracciata dalla diplomazia internazionale rimane quella iniziata a Vienna, auspicando il ritorno di Washington al tavolo del negoziato. Vi è tuttavia anche una dichiarazione della Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, il quale ha confermato gli importanti passi compiuti per raggiungere un accordo onorevole, che non intacchi i diritti dell’Iran a sviluppare tecnologie per garantire lo sviluppo e il benessere del popolo iraniano.

Ancora il Sultanato dell’Oman in prima linea per quanto riguarda un’altra notizia di importanza fondamentale per i delicati equilibri della regione Medio Oriente: un alto funzionario diplomatico della Lega Araba ha rivelato in esclusiva a “The Cradle” che a Musqat sono attualmente in corso trattative segrete e dirette tra il governo statunitense e quello siriano.

Il diplomatico, che ha rivelato le informazioni sotto condizione di anonimato, ha confermato che "i colloqui si sono svolti nella capitale dell'Oman, e che "gli incontri hanno incluso personalità di primo livello di entrambi i paesi e rappresentanti dei ministeri degli esteri".

Durante i colloqui, i funzionari siriani hanno insistito principalmente per il completo ritiro delle truppe di occupazione statunitensi dal paese. Secondo fonti sul campo che hanno parlato con The Cradle, circa 2.000 militari statunitensi sono presenti in questo momento in territorio siriano in 22 basi statunitensi, una cifra superiore al conteggio ufficiale del Pentagono di 900 soldati. Secondo fonti ufficiose, Washington e Damasco avevano avviato comunicazioni segrete già durante l'amministrazione Trump, caduti nel dimenticatoio una volta che Trump ha dichiarato la sua intenzione di “togliere di mezzo” il presidente siriano Bashar al-Assad nel settembre 2020. Il funzionario della Lega Araba ha aggiunto che “negli anni precedenti si sono svolti colloqui segreti tra Damasco e Washington, ma la maggior parte sono avvenuti attraverso mediatori, come l'ex direttore generale della Sicurezza generale libanese, Abbas Ibrahim. Ci sono stati anche incontri diretti tra i due Paesi, uno dei quali nella capitale siriana, Damasco”. Tuttavia, il numero di riunioni dirette è rimasto limitato. Prima dell'interruzione della comunicazione, secondo quanto riferito, i funzionari statunitensi hanno espresso la loro intenzione di ritirare le forze militari dalla Siria, con offerte che poi non sono state rispettate.

Secondo la fonte di The Cradle , l'unico argomento che i funzionari statunitensi non hanno affrontato durante i colloqui segreti è stato il destino delle milizie curde sostenute dagli Stati Uniti, come le forze democratiche siriane (SDF). Ha affermato che "i colloqui siro-americani non hanno menzionato le milizie curde sostenute dalle forze di occupazione americane nel nord-est della Siria". Ha aggiunto, che "la discussione non ha affrontato alcuna questione politica o militare, ad eccezione della richiesta della Siria per il ritiro delle forze di occupazione dal territorio siriano".

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