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Politica del Libano: Dignità temporanea e ritorno rinviato

  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Issam Al Halabi



Una lettura critica della politica del Libano verso i rifugiati palestinesi tra il timore dell’insediamento e i calcoli interni


La questione dei rifugiati palestinesi in Libano viene gestita come una crisi permanente: le loro condizioni vengono migliorate senza però riconoscere i diritti dei diretti interessati.


Di Issam Al-Halabi(Assadakah News)


Dalla riattivazione del ruolo della Commissione di dialogo libano-palestinese, è apparso chiaro che lo Stato libanese cerca di riprendere in mano la questione dei rifugiati palestinesi dal punto di vista della gestione della crisi, piuttosto che aprirla politicamente. Il linguaggio adottato dalla Commissione, attentamente bilanciato tra il miglioramento delle condizioni umanitarie e il rifiuto dell’insediamento, non può essere separato dall’accumulo politico libanese che ha trasformato questa questione in una delle più sensibili e complesse.

L’approccio adottato non deriva solo da una visione amministrativa, ma riflette praticamente l’equilibrio di potere e le divisioni interne tra i partiti libanesi riguardo ai rifugiati palestinesi. La Commissione di dialogo parte dal tetto ufficiale espresso dai governi libanesi succedutisi, basato sul rifiuto dell’insediamento come minaccia esistenziale per lo Stato libanese e sul mantenimento del diritto al ritorno come unica soluzione per la questione dei rifugiati.

Su questa base, la Commissione si concentra sul miglioramento delle infrastrutture nei campi, sull’organizzazione dell’ingresso dei materiali da costruzione e su un limitato facilitazione del diritto al lavoro, attribuendo all’UNRWA e alla comunità internazionale la responsabilità principale per gli oneri finanziari e i servizi. Tuttavia, questo approccio rimane cauto fino al punto di evitare qualsiasi transizione verso il riconoscimento dei pieni diritti civili, consapevole dell’opposizione politica che un simile percorso potrebbe suscitare.

Questa cautela trova eco nelle posizioni di importanti forze politiche libanesi, in primo luogo il Free Patriotic Movement, i cui leader, soprattutto dall’inizio dello scorso decennio, hanno collegato direttamente l’espansione dei diritti civili al rischio di un insediamento mascherato. Per il movimento, qualsiasi modifica sostanziale delle leggi sul lavoro o sulla proprietà, anche se presentata come umanitaria, è vista come il primo passo verso un’integrazione permanente dei palestinesi nella società libanese, spiegando così il suo sostegno all’approccio della Commissione finché resta entro il quadro delle facilitazioni amministrative e non del riconoscimento legale esplicito.

Le Forze Libanesi, da parte loro, adottano un discorso diverso nella forma ma simile nella sostanza. Colleghano la questione dei campi alla sovranità, al controllo delle armi e all’esclusiva decisione in materia di sicurezza da parte dello Stato, sottolineando in più occasioni che il miglioramento delle condizioni di vita deve rimanere confinato all’ambito umanitario, senza trasformarsi in un percorso politico o legislativo che possa essere interpretato come consolidamento di una realtà permanente. Questa posizione rende l’approccio della Commissione un’opzione accettabile, persino preferibile, finché non oltrepassa le linee rosse tracciate dalle principali forze cristiane.

Al contrario, Hezbollah e il Movimento Amal propongono un approccio più flessibile ai diritti, senza però uscire dal consenso generale contro l’insediamento. I due partiti distinguono chiaramente tra il riconoscimento dei diritti umani e sociali dei rifugiati e il progetto di insediamento, ritenendo che povertà, marginalizzazione e privazioni costituiscano una minaccia maggiore alla stabilità libano-palestinese rispetto all’espansione dei diritti. Funzionari di entrambi i partiti hanno più volte espresso la convinzione che il mantenimento del diritto al ritorno non sia incompatibile con una vita dignitosa fino al conseguimento di tale diritto, ma tale posizione è rimasta nel discorso politico senza tradursi in iniziative legislative concrete in Parlamento.

Il Partito Socialista Progressista, invece, adotta un approccio più vicino a quello dei diritti, avendo in diverse fasi chiesto il miglioramento delle condizioni dei rifugiati palestinesi e la separazione dei diritti sociali dalla preoccupazione per l’insediamento, considerando che affrontare la dimensione umanitaria rappresenta un ingresso verso la stabilità e non una minaccia. Tuttavia, anche questa proposta è stata vincolata dai calcoli dell’equilibrio interno, inducendo il partito a limitarsi a sostenere il lavoro della Commissione senza spingere verso un cambiamento legale radicale.

Sul fronte palestinese, le posizioni sono più chiare e meno ambigue. Il Movimento Fatah considera che la continua privazione dei rifugiati dei loro diritti fondamentali, in particolare il diritto al lavoro, indebolisca la loro resilienza e trasformi i campi in focolai di povertà e vulnerabilità, sottolineando che i diritti civili non annullano il diritto al ritorno, ma lo rafforzano. Il movimento ritiene che mantenere il rifugiato in una condizione di esclusione permanente favorisca praticamente i progetti che mirano a liquidare la questione palestinese, non quelli che dichiarano di temerla.

Le fazioni islamiche, in particolare Hamas e il Jihad Islamico, adottano un discorso più cauto verso lo Stato libanese, ma coincidono con Fatah su un punto centrale: il rifiuto dell’insediamento e la richiesta di diritti umani e sociali incondizionati. Sottolineano che il miglioramento delle condizioni dei rifugiati non deve essere parte di alcun baratto politico e che la comunità internazionale ha una responsabilità primaria nel gestire questa questione, sia sostenendo l’UNRWA sia facendo pressione per una soluzione giusta e globale per i rifugiati.

In conclusione, il confronto tra l’approccio della Commissione di dialogo libano-palestinese e le posizioni dei partiti libanesi e delle fazioni palestinesi rivela una contraddizione fondamentale. Tutti dichiarano il rifiuto dell’insediamento e il sostegno al diritto al ritorno, ma il disaccordo riguarda il significato e i limiti dei diritti. La Commissione agisce secondo la logica della gestione della crisi e dell’alleviamento della sua gravità, mentre le fazioni palestinesi richiedono un riconoscimento effettivo dei diritti come condizione per la resilienza e la dignità. Tra queste due posizioni, il rifugiato palestinese resta intrappolato in una zona grigia, chiamato a sostenere politicamente il diritto al ritorno, ma lasciato a fronteggiare una realtà legale e sociale fragile, come se la dignità fosse rinviata fino al ritorno.

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