Marocco - La Principessa Cieca e il Cavallo di Luce
- 13 ott
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 19 ott
Patrizia Boi (Assadakah News) - Rubrica Culturale "Le Mille e Una Fiaba" - I Favolosi Paesi della Lega Araba
Capitolo 13 MAROCCO - La Principessa Cieca e il Cavallo di Luce

Nel cuore di un regno d’oriente, dove le palme ondeggiavano al ritmo del vento e le fontane cantavano nenie d’acqua sotto il sole, sorgeva un palazzo dorato, così splendente da sembrare un miraggio tessuto col filo della luna. Il sultano, sovrano amato e giusto, governava quelle terre con mano salda e cuore generoso. Eppure, dietro i tendaggi ricamati d’oro e tra le pieghe del silenzio, un dolore antico abitava le stanze del palazzo: la sua unica figlia, la principessa Malika, era stata colpita da una maledizione oscura.
Non dormiva in un sonno eterno, né era prigioniera in una torre. Peggio ancora: i suoi occhi, un tempo profondi come laghi di zaffiro, erano stati coperti da un velo d’ombra. Non cecità naturale, ma oscurità di magia. Nessun guaritore, nessun saggio d’oriente o d’occidente, era riuscito a penetrare quel buio innaturale.
«Solo chi saprà vedere con il cuore potrà restituirle la luce», aveva sibilato il mago che l’aveva maledetta, dissolvendosi nel nulla come sabbia al vento.
Il sultano, vinto dalla disperazione, fece annunciare in ogni angolo del regno una promessa: chiunque avesse spezzato il maleficio, avrebbe avuto in dono la mano della principessa e il diritto di regnare al suo fianco. Eroi, principi, mercanti di terre lontane tentarono la sorte… ma tutti fallirono.
Finché un giorno, un giovane cavaliere di nome Amir, figlio di un semplice artigiano del rame, udì il richiamo. Non aveva castelli né stirpi nobiliari, ma possedeva qualcosa di molto più raro: un’anima intrepida, e un compagno leggendario — Al-Bahr, un destriero magico, nato secondo le leggende dalle onde dell’oceano e nutrito di stelle. Aveva la criniera d’argento, che brillava come nebbia lunare, e occhi d’ebano che riflettevano visioni invisibili agli uomini.
La Prima Prova: il Labirinto delle Illusioni

Amir fu ricevuto nel grande atrio del palazzo, sotto archi alti come montagne, tra occhi scettici e sussurri. Ma il suo sguardo era limpido, e il sultano, guardandolo negli occhi, vide il riflesso di una speranza mai sopita.
La prima prova lo condusse alle porte del Labirinto delle Illusioni, costruito da antichi arcimaghi per custodire il segreto della verità. Le sue pareti erano specchi viventi, che riflettevano non ciò che era, ma ciò che si temeva, ciò che si desiderava, ciò che si voleva dimenticare. Ogni passo era un inganno. Ogni voce, un’eco di sé stessi.
Amir entrò nel labirinto. Subito, fu assalito da visioni: la voce di sua madre, perduta nell’infanzia, il volto di Malika che lo chiamava, il padre che gli gridava di tornare. Ogni riflesso sembrava vero. Ogni direzione, un’illusione. Il cuore gli batteva come tamburo di guerra.
Al-Bahr, indifferente alle immagini, camminava saldo. I suoi zoccoli non producevano suono, come se fosse sospeso tra il mondo reale e quello incantato. Fu lui a guidarlo, a sfiorare una pietra nascosta, a indicare un passaggio segreto nel silenzio. Dopo ore che parevano giorni, la nebbia dell’inganno si dissolse. Amir aveva attraversato l’inganno più temibile: quello di sé stesso.
La Seconda Prova: il Cerchio delle Fiamme Incantate

Superato il Labirinto delle Illusioni, Amir fu condotto in un cortile circolare, circondato da colonne intarsiate di pietre luminose. Al centro si apriva la soglia verso la sala dove giaceva la Principessa Malika, ma essa era protetta da un anello di fiamme eteree: non fuoco comune, ma un incendio d’anima, un cerchio sacro che danzava come un miraggio antico.
Non era un incendio che divorava la carne, ma un’illusione ardente che cercava il cuore di chi lo attraversava. Ogni fiamma pareva avere voce, e sussurrava ricordi dimenticati, colpe sepolte, timori inconfessabili. Il calore era memoria, la luce era giudizio.
Amir si avvicinò e subito sentì il peso delle proprie paure: il timore di fallire, di non essere abbastanza, di non essere degno. Il sudore colava dalle tempie, ma era freddo come neve. Il mondo intorno a lui sembrava allontanarsi, inghiottito da quel cerchio incandescente che pulsava come un cuore antico.
Al-Bahr si fece avanti. Le sue narici fremettero e i suoi zoccoli batterono il suolo con ritmo solenne. Nitrì una melodia profonda, come un canto primordiale, che sembrò dissolvere l’aria attorno.
«Non tutto ciò che brucia è fuoco», sussurrava quello sguardo antico. «E non tutto ciò che spaventa è vero».
Amir chiuse gli occhi. Non fu un atto di resa, ma di fiducia. Lasciò che il cuore diventasse bussola e l’anima sentiero. Fece un passo, poi un altro. Le fiamme non si ritraevano, ma cambiavano forma, oscillando come veli di danza. Ogni passo era un confronto: con il ricordo della madre perduta, con la vergogna del padre umile, con i sogni che temeva di non poter realizzare.
Eppure, passo dopo passo, il fuoco si apriva come un sipario. I sussurri si facevano canti. La luce non lo accecava più, ma lo illuminava dall’interno. Al-Bahr gli camminava accanto, immobile nella sua maestosità, guida silenziosa in quell’abisso di prove.
Alla fine del cerchio, un’ultima fiamma si alzò, alta come il cielo. Ma non parlava di paura: parlava d’amore. Amir la guardò, e dentro quella luce vide il volto di Malika, non come prigioniera, ma come stella. Attraversò la fiamma, e questa si dissipò come nebbia.
Il cerchio si spense, lasciando sul suolo una traccia argentea come una cicatrice, un simbolo del passaggio compiuto. Era pronto per l’ultima prova.
La Terza Prova: l’Incantesimo del Mago

Oltre il cerchio di fiamme, Amir e Al-Bahr si trovarono in una sala d’ombra. Non era buia per mancanza di luce, ma perché la luce stessa pareva bandita da quel luogo. Le pareti sembravano respirare, le colonne si dissolvevano nel nulla, e al centro, su un trono d’aria e silenzio, sedeva la Principessa .
Malika aveva le mani sugli occhi, immobili come pietra antica. I suoi capelli fluttuavano come in un sogno, e sul volto si disegnava un’antica pace, fragile e intoccabile.
Di fronte a lei, un’ombra. Non un uomo, non un volto: solo un’Essenza. Il Mago. Non aveva forma definita, ma mille forme — e ciascuna mutava a ogni battito di ciglia. Parlava con voci sovrapposte: di fanciulli e vecchi, di sirene e predicatori, di chi prega e di chi bestemmia.
Sussurrava: «Vuoi salvarla, Amir? E da cosa? Lei non è prigioniera: è protetta. La cecità l’ha salvata dalla verità. Tu vuoi spezzare la maledizione…Ma e se fosse l’unico dono che le resta?Vedi quanto brilla? È perché non guarda. Se vedrà il mondo, ne sentirà il dolore. E tu… la perderai per sempre».
Amir barcollò. Ogni parola era un colpo al petto. I suoi pensieri si fecero nebbia. E se fosse vero? Se rompere l’incantesimo significasse condannarla alla sofferenza?
L’ombra si fece più vicina, e il suo volto, ora simile al suo, gli sussurrò:
«Amarla… è lasciarla dormire».
Ma fu allora che sentì un respiro. Non dell’ombra, non di sé stesso. Era lei, Malika. Non parlava, ma il suo silenzio era musica. Un battito. Un richiamo. Amir la guardò. E nel volto immobile vide l’eco del loro destino.
Vide chi era lei prima del sortilegio: bambina tra i giardini, donna tra le stelle. La sua anima brillava. E in quella luce, ogni dubbio si dissolse. Amir avanzò.
«Io non temo la verità. Né per me, né per lei. Credo che l’amore non sia protezione, ma liberazione. E se anche dovessimo soffrire, soffriremo insieme. Nel buio, ci terremo per mano. E rideremo, un giorno, alla luce».
Il mago urlò. L’ombra si contorse. Il suono della sua furia fece tremare il marmo e il cielo stesso. Ma Al-Bahr, il destriero nato dal mare, si impennò. Le sue criniere si fecero onde luminose. Dai suoi occhi scaturì una luce primordiale, come l’alba del primo mondo. Il cavallo soffiò verso l’ombra, e quella luce non bruciava — ma rivelava.
Il mago si ritrasse. Le sue mille forme si sfaldarono, e infine si dissolse in una nube di cenere che non aveva più voce. Un silenzio colmò la sala. Poi… una scintilla. Un tremore lieve sulle dita di Malika. Le sue mani scesero lentamente dagli occhi. Le palpebre si alzarono come tende leggere.
E due occhi si aprirono: chiari, profondi, come cieli appena dischiusi dopo un temporale. Amir la guardò, e in quello sguardo vide tutto ciò che aveva cercato nel mondo. Lei sorrise. Non con le labbra. Con l’anima. La maledizione era spezzata.
Epilogo: La Luce del Regno Nuovo

Il palazzo, come risvegliato da un lungo incubo, si riempì di canti. I pavoni nei giardini spiegavano le piume, le fontane danzavano, e i fiori — anche quelli mai sbocciati — si aprivano con un fremito di gioia.
Il sultano pianse, senza vergogna. Corse incontro ad Amir, e lo abbracciò come un padre ritrovato. Il popolo si riversò nelle piazze, portando lanterne, tamburi, melograni e miele.
Malika camminava accanto ad Amir, mano nella mano. Ora vedeva — e in ciò che vedeva c’era bellezza, ma anche verità. Non tutto era perfetto. Ma ogni imperfezione diventava poesia. E lei, figlia dell’ombra, era ora regina della luce.
Amir e Malika regnarono non da troni, ma da ponti. Tra popoli, tra cuori, tra sogni antichi e futuri. Al-Bahr, il destriero lucente, non lasciò mai il regno. Lo si vedeva al tramonto, sulle alture, come un guardiano di soglia, tra i mondi.
E ancora oggi, nelle sere di festa, quando le lanterne ondeggiano nei cortili, i cantastorie raccontano la leggenda del cavaliere che attraversò la fiamma, sfidò l’illusione, e risvegliò l’amore. Dicono che il suo cuore fosse cieco al timore. E che i suoi occhi… sapessero vedere anche al buio.
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SPECIALE LEGA ARABA
A cura di Roberto Roggero, Patrizia Boi
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